Leonardo Caffo licenziato dalla Naba dopo la condanna, il filosofo annuncia ricorso
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Redazione Esteri
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La decisione è arrivata a conclusione di un iter interno che l’accademia ha evidentemente ritenuto doveroso avviare, una volta che la posizione giudiziaria del docente, almeno per quanto riguarda il procedimento penale, aveva trovato una sua definizione. Leonardo Caffo, filosofo e scrittore catanese di 37 anni, non insegnerà più Estetica dei Media e della Moda presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, la Naba, l’istituto che lo aveva accolto e dove aveva costruito gran parte della sua carriera accademica negli ultimi anni. Il licenziamento, comunicato nei giorni scorsi al diretto interessato, rappresenta la conseguenza sul piano professionale della vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto e che si è chiusa, lo scorso dicembre, con una condanna in via definitiva, seppur con i benefici di legge.
Caffo, come è noto, era stato processato per maltrattamenti aggravati e lesioni nei confronti della sua ex compagna, l’artista Carola Provenzano, una relazione dalla quale era nata anche una figlia. Il tribunale di Milano, in primo grado, lo aveva condannato a quattro anni di reclusione, una sentenza che aveva fatto molto discutere e che era stata accompagnata da motivazioni particolarmente dure da parte dei giudici, i quali avevano descritto un atteggiamento manipolatorio e un rapporto squilibrato, basato su schemi di sopraffazione. Tuttavia, è stato il successivo giudizio di appello a modificare in parte il quadro: i giudici di secondo grado, pur confermando la sostanza dell’accusa, hanno rideterminato la pena, riducendola a due anni e, contestualmente, hanno assolto Caffo dall’accusa di lesioni, un capo d’imputazione che era stato centrale nel primo verdetto.
Il beneficio della non menzione e la sospensione della pena, elementi che hanno influito sulla valutazione dell’ateneo
Proprio grazie all’abbassamento della pena sotto la soglia dei due anni, il filosofo ha potuto ottenere la sospensione condizionale della pena e, aspetto forse ancor più rilevante sul piano pratico, la cosiddetta “non menzione” nel casellario giudiziale. Si tratta di un istituto giuridico che, di fatto, impedisce che quella specifica condanna venga iscritta nel certificato generale, quello che comunemente viene definito “fedina penale”, e che viene richiesto, per esempio, dai datori di lavoro. Una fedina penale, dunque, che risulterebbe formalmente pulita. Ciononostante, la Naba ha optato per il licenziamento per motivi disciplinari, ritenendo la prosecuzione del rapporto di lavoro incompatibile con il proprio codice etico, una scelta che ha spinto Caffo a definirla, in alcune dichiarazioni pubbliche, come sproporzionata e frutto, a suo dire, di una logica di “gogna mediatica”.
La posizione dell’accademia, che al momento non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla vicenda, sembra quindi aver preso in considerazione non tanto l’esito formale del procedimento, quanto la natura dei fatti accertati e la loro rilevanza rispetto al ruolo educativo e alla figura pubblica del docente. Un ruolo, quello dell’insegnante, che inevitabilmente implica una responsabilità anche morale nei confronti degli studenti. Caffo, dal canto suo, ha già annunciato che impugnerà il provvedimento di licenziamento, facendo ricorso e cercando di ottenere una revisione della decisione, una battaglia legale che si aggiunge a quella, già conclusa, del processo penale. Resta da vedere se i giudici del lavoro valuteranno la scelta dell’ateneo come legittima e proporzionata, o se invece, come sostiene la difesa del filosofo, si configuri un eccesso di zelo punitivo nei confronti di un professionista che, in ogni caso, ha già scontato la sua responsabilità davanti alla giustizia penale.




