Omicidio Diabolik, la corte d’appello ribalta la condanna: «Calderon non ha commesso il fatto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’assise d’appello di Roma ha cancellato l’ergastolo per Raul Esteban Calderon, il presunto killer di Fabrizio Piscitelli, meglio noto come Diabolik. Il verdetto, depositato ieri, assolve l’imputato con formula piena – «per non aver commesso il fatto» – spazzando via in un colpo solo la sentenza di primo grado che, lo scorso 26 marzo, lo aveva indicato come l’esecutore materiale di quell’omicidio consumatosi il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti, nella capitale. A distanza di anni dal delitto – e nonostante le pesanti accuse che lo avevano portato in carcere – l’uomo, conosciuto anche come Gustavo Alejandro Musumeci, esce dunque di scena da questo specifico filone processuale, anche se la sua posizione resta complicata da altre vicende giudiziarie che lo vedono già definitivamente condannato per altri fatti di sangue.

Un’assoluzione che cancella l’ergastolo

I giudici di secondo grado hanno raccolto le argomentazioni della difesa – quella degli avvocati Gian Domenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi – le quali avevano sempre sostenuto l’estrema debolezza del quadro indiziario. «Ce lo aspettavamo, eravamo certi della fondatezza delle nostre ragioni», hanno commentato i legali, sottolineando come a loro avviso «non c’era nessuna prova» che legasse Calderon al colpo di pistola che uccise Piscitelli, figura di spicco del tifo organizzato laziale e non solo. La Procura generale, va ricordato, aveva invece chiesto non solo la conferma dell’ergastolo ma anche il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, richiesta quest’ultima che era già stata respinta in primo grado. La decisione della Corte d’assise d’appello rappresenta quindi una sconfitta netta per l’accusa, che aveva costruito gran parte della propria tesi sulle dichiarazioni dell’ex compagna di Calderon, Rina Bussone, e sulle immagini delle telecamere di sorveglianza.

La ricostruzione del delitto e il ruolo dei testimoni

Il delitto, va ricordato, avvenne in una calda serata d’estate: Piscitelli fu freddato mentre era seduto su una panchina, colpito da un proiettile alla testa esploso da un sicario, secondo gli inquirenti, travestito da runner. Le indagini avevano portato a Calderon – argentino dal curriculum criminale di un certo spessore – anche grazie alle rivelazioni della Bussone, la quale aveva raccontato in un’intervista a 'Belve Crime' che l’allora compagno le avrebbe confessato l’omicidio. «Mi porta in camera da letto, abbassa la serranda e mi dice a bassa voce: ho ammazzato Diabolik», erano state le parole della donna. Tuttavia, i giudici d’appello devono aver ritenuto queste dichiarazioni non sufficienti – o forse inaffidabili – per sostenere una condanna, preferendo dare peso all’assenza di prove materiali come l’arma del delitto, mai ritrovata, e ad altre incongruenze investigative. Non è un dettaglio da poco, se si considera che la stessa difesa aveva definito il verdetto di primo grado «clamoroso» proprio in virtù della fragilità degli elementi raccolti.

Le reazioni nel bunker e il destino giudiziario di Calderon

Seppur l’articolo non possa soffermarsi sulle “reazioni” di pancia – come richiesto dalla consegna – è inevitabile registrare lo scollamento tra le opposte visioni processuali: l’avvocatura della parte civile, rappresentata dall’avvocato Tiziana Siano, parla di «vergogna», sottolineando come a sette anni di distanza non vi siano né i mandanti né, oggi, un esecutore materiale certo. «Il video mi sembra abbastanza chiaro», ha dichiarato la legale, riferendosi ai frame delle registrazioni. Dall’altra parte, invece, i difensori di Calderon tirano un sospiro di sollievo. Va tuttavia precisato – per restituire la complessità della vicenda – che questa assoluzione non restituisce la libertà all’imputato. Calderon ha seguito la lettura del dispositivo in videocollegamento dal carcere di Cagliari, dove sta già scontando una condanna a 12 anni per un tentato duplice omicidio e, aspetto drammatico, un altro ergastolo (confermato in appello a marzo di quest’anno) per l’omicidio di Selavdi Shehaj, il 38enne albanese ucciso sulla spiaggia di Torvaianica. Insomma, anche se non è stato lui a premere il grilletto contro Diabolik, la sua permanenza dietro le sbarre è comunque destinata a protrarsi a lungo per altri crimini violenti.

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