Omicidio Diabolik, la parola ‘non ha commesso il fatto’: assolto in appello Raul Esteban Calderon
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Redazione Interno
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Non c’è un colpevole per quel colpo di pistola alla testa che il 7 agosto 2017, nel Parco degli Acquedotti a Roma, uccise Fabrizio Piscitelli, il leader della curva Nord della Lazio meglio noto come Diabolik. La Corte d’Assise d’Appello del capoluogo, infatti, ha ribaltato completamente la sentenza di primo grado assolvendo Raul Esteban Calderon, l’argentino già condannato all’ergastolo lo scorso marzo (siamo ormai nel maggio del 2026) con la formula piena “per non aver commesso il fatto”. I giudici, preso atto delle lacune evidenziate dalla difesa – che da subito aveva parlato di una condanna “clamorosa” priva di riscontri oggettivi – hanno quindi fatto cadere l’accusa nei confronti dell’uomo, conosciuto anche con il nome fittizio di Gustavo Alejandro Musumeci.
Il ribaltamento in aula e il peso delle prove
L’esito del processo d’appello, giunto a distanza di quasi un anno da quella condanna pesantissima, segna una svolta cruciale nelle indagini che hanno cercato di dipanare la matassa della criminalità organizzata legata al tifo laziale e allo spaccio di stupefacenti. La Procura generale, che aveva chiesto non solo la conferma dell’ergastolo ma anche il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, si è vista così rigettare le proprie richieste. A pesare sull’assoluzione, come sottolineato dai legali di Calderon, Gian Domenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi, è stata l’assenza di prove certe: l’arma del delitto non è mai stata trovata, e un video di sorveglianza, che avrebbe dovuto immortalare il killer travestito da runner, non è stato ritenuto sufficientemente utilizzabile ai fini della condanna.
La rivelazione televisiva e la figura di Rina Bussone
Elemento cardine di questa lunga vicenda giudiziaria è rimasta la figura di Rina Bussone, ex compagna di Calderon e testimone chiave. Solo pochi giorni prima della sentenza d’appello, precisamente il 5 maggio, la Bussone aveva rilasciato un’intervista a Francesca Fagnani nella trasmissione “Belve Crime” andata in onda su Rai 2, riaccendendo i riflettori sul caso. Le sue dichiarazioni, che verranno comunque acquisite dai carabinieri agli atti, descrivevano una confessione intima e soffocante: Calderon l’avrebbe condotta in camera da letto, abbassato la serranda e, a bassa voce, le avrebbe sussurrato di essere stato lui a uccidere Diabolik. Nonostante il peso morale di quelle parole, i giudici d’appello hanno evidentemente ritenuto che non vi fossero riscontri esterni sufficienti per sostenere l’accusa, decretando l’innocenza formale dell’imputato in questa specifica imputazione.
Il futuro giudiziario e il paradosso dell’ergastolo cancellato
L’assoluzione, che giunge a sette anni esatti dall’omicidio di Piscitelli, getta nuovamente nell’ombra l’identità del vero esecutore materiale. Calderon, comunque, non è certamente estraneo ai circuiti criminali della Capitale; l’uomo aveva già riportato una condanna in primo grado per un altro omicidio, quello del cittadino albanese Selavdi Shehaj, ucciso a Torvajanica nel 2020, un verdetto che invece attende ancora il vaglio della Corte d’Assise d’Appello. Per quanto riguarda il delitto Diabolik, i mandanti restano ancora ignoti, e il paradosso giudiziario è evidente: un ergastolo, inflitto con decisione in primo grado, è stato spazzato via da una sentenza che ora offre alla difesa la possibilità di chiedere la completa riabilitazione della posizione del proprio assistito.




