L’alleanza Bennett-Lapid scuote la campagna elettorale israeliana: “Insieme” per sfidare Netanyahu
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Redazione Esteri
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È un’operazione che profuma di déjà vu, e forse è proprio questa la sua forza, quella di aver già funzionato una volta, seppur per un breve lasso di tempo, nel 2021. Naftali Bennett e Yair Lapid, due ex primi ministri che ai tempi riuscirono nell’impresa di interrompere il lungo regno di Benjamin Netanyahu, hanno annunciato ufficialmente la loro nuova corsa in tandem. La notizia, piovuta nel vivo di una campagna elettorale che porterà gli israeliani alle urne entro la fine di ottobre, ha ufficializzato la nascita del partito unico “Beyahad” – “Insieme” in ebraico – una lista che si propone come l’alternativa più credibile al governo in carica.
L’intesa tra i due, siglata nel corso di una conferenza stampa a Herzliya, rappresenta la fusione tra il partito di destra di Bennett, “Bennett 2026”, e il movimento centrista di Lapid, Yesh Atid. Una scelta dettata più dalla necessità che da una comunione d’intenti ideale, che mira a ricompattare il cosiddetto “blocco del riparo” (Repair Bloc) per presentarsi compatti alle urne. La logica che sottende questa mossa è spietatamente matematica: secondo gli ultimi sondaggi, la popolarità di Netanyahu ha subito un forte ridimensionamento dopo i conflitti e le crisi politiche degli ultimi mesi, ma l’opposizione si è sempre presentata frammentata, vanificando ogni possibile chance di ribaltone. Con questa unione, Bennett si candida a diventare il principale ago della bilancia; del resto, i rilevamenti lo danno come il politico meglio piazzato per battere lo storico leader del Likud.
Un’alleanza di convenienza tra destra e centro: la sfida delle perplessità
Tuttavia, l’entusiasmo della conferenza stampa si scontra con una realtà politica assai più complessa, fatta di diffidenze reciproche che affiorano tra gli elettori. Da un lato, troviamo Bennett, un ex comandante di unità speciali, miliardario hi-tech e falco convinto degli insediamenti in Cisgiordania, che non ha mai nascosto la sua natura di “sionista di destra liberale”. Dall’altro, Lapid, una figura più laica e moderata, figlio d’arte, che nel corso della sua carriera si è distinto per posizioni meno intransigenti sul futuro dei territori. Un’eterogeneità che, se da un lato allarga il bacino di utenza del nuovo partito, dall’altro rischia di disorientare gli elettori più ideologici. Alcuni commentatori locali hanno subito notato come i sostenitori più intransigenti di Bennett facciano fatica a digerire una mediazione con il centro, così come i fedelissimi di Lapid guardano con sospetto le posizioni di destra dura del leader della lista.
Nonostante le divergenze, i due leader hanno chiarito un punto fondamentale per delineare i confini del futuro esecutivo, qualora dovessero vincere. Hanno dichiarato che il governo che intendono formare sarà esclusivamente “sionista”, chiudendo di fatto le porte ai partiti arabi – una scelta diametralmente opposta rispetto alla strategia che portò alla caduta della loro precedente amministrazione. Una decisione, quest’ultima, che mira a blindare il consenso rispetto a una destra che teme derive “post-sioniste”, ma che riduce significativamente lo spazio di manovra per future coalizioni.
L’effetto Eisenkot e la reazione del fronte Netanyahu
In questo scacchiere politico che si sta ridisegnando in vista del voto di ottobre, un’altra pedina potrebbe spostare gli equilibri: si tratta dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Attuale leader del partito centrista Yashar, Eisenkot è stato esplicitamente invitato da Bennett a unirsi alla nuova lista, un’operazione che secondo gli esperti potrebbe rivelarsi decisiva per raccogliere consensi tra l’elettorato moderato e quello sensibile ai temi della sicurezza, soprattutto dopo le ultime offensive militari. La sua scelta se aderire o meno al progetto “Beyahad” o correre da solo rappresenta ancora una variabile incerta, capace di sgonfiare o amplificare il momentum della nuova alleanza.
Sul fronte opposto, la reazione del primo ministro Netanyahu e dei suoi fedelissimi non si è fatta attendere, ed è stata all’altezza delle aspettative dei falchi della coalizione. Attraverso i canali ufficiali e i propri portavoce, il Likud ha infatti attaccato duramente l’intesa, riproponendo la narrativa secondo cui Bennett e Lapid non sarebbero altro che pedine della sinistra pronte ad aprirle le porte agli islamisti, cercando di riaccendere i timori dei propri elettori. È una mossa, quella del premier uscente, che cerca di presentare la nuova lista come un pericolo per l’identità ebraica dello Stato, un tentativo di arginare la sanguinosa emorragia di consensi che i sondaggi prevedono, in un momento in cui la sua leadership appare più vulnerabile che mai.
La sfida del “sionismo liberale” in un paese spaccato dalla guerra
La nascita di questa nuova forza politica arriva in un momento storico particolarmente delicato per Israele, ancora scosso dalle conseguenze geopolitiche degli ultimi conflitti su più fronti. Gli stessi Bennett e Lapid, pur avendo sostenuto le campagne militari contro le milizie filo-iraniane, non hanno risparmiato critiche alla gestione del conflitto da parte di Netanyahu, accusato di aver spinto il paese verso un isolazionismo pericoloso senza garantire una vera vittoria tattica sul campo. La loro promessa, in caso di vittoria, di istituire una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti legati agli attacchi di ottobre 2023, rappresenta una lama di discrimine netta rispetto all’attuale esecutivo, che ha sempre respinto simili iniziative.
In sostanza, il nuovo movimento “Beyahad” si presenta come un’opzione nazionale priva del veto dei partiti religiosi, puntando su un programma che promette di conciliare la sicurezza a ogni costo con le necessità di riforma interna. Sarà questo equilibrio, o la sua assenza, a decretare se l’ennesimo tentativo di costruire un’alternativa a Netanyahu si tradurrà in un nuovo governo o, come già accaduto in passato, in un passo falso che finirà per rafforzare l’uomo che i due alleati di oggi giurano di voler finalmente mandare a casa.




