L’Italia al Board of Peace di Trump, Meloni annuncia: «Parteciperemo come osservatori». E sul cancelliere tedesco: «Non condivido le critiche agli Stati Uniti»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto gli indugi, chiarendo la posizione dell’Italia in merito al Board of Peace voluto da Donald Trump per la ricostruzione e la stabilizzazione della Striscia di Gaza. Da Addis Abeba, dove si trovava per partecipare al summit dell’Unione Africana, la premier ha confermato che il nostro Paese prenderà parte all’organismo, ma con uno status particolare che ha richiesto una mediazione sottile, quella del "Paese osservatore". Una formula, questa, studiata per aggirare quello che lo stesso governo ha definito un problema di "incompatibilità costituzionale", dato che l’adesione piena al Board – un’iniziativa che si pone in competizione con i tradizionali consessi multilaterali come l’ONU – avrebbe richiesto limitazioni di sovranità difficilmente giustificabili alla luce dell’articolo 11 della Carta costituzionale, il quale vincola l’Italia a partecipare a organizzazioni internazionali solo a condizioni di parità con gli altri Stati -1-4-8.

La scelta, illustrata dalla presidente del Consiglio ai giornalisti durante la trasferta etiope, rappresenta un equilibrismo non indifferente per l’esecutivo. Da un lato, infatti, si intende preservare e anzi rilanciare il ruolo storico dell’Italia come attore di primo piano nel Mediterraneo allargato, una presenza che Meloni stessa ha definito "necessaria" data la "situazione molto complessa e fragile" che si vive in Medio Oriente; dall’altro, però, si evita di varcare quella soglia che avrebbe comportato un allineamento totale e senza rete di protezione a un'iniziativa fortemente voluta dalla nuova amministrazione statunitense, ma vista con scetticismo da diversi partner europei. "Secondo noi è una buona soluzione", ha tenuto a sottolineare la presidente, lasciando intendere come la partecipazione in veste di osservatori possa consentire all’Italia di mantenere un piede dentro la stanza dei bottoni senza doverne accettare in toto le regole, in attesa di capire quale sarà l’effettivo sviluppo dell’organismo e, dettaglio non secondario, quale sarà il livello di rappresentanza che verrà deciso per la riunione convocata a Washington per giovedì prossimo -5-7.

La replica alle critiche e il richiamo in Parlamento

Parallelamente all’annuncio sulla partecipazione al Board, Meloni ha dovuto gestire il fronte interno, dove le opposizioni – in particolare il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra – hanno immediatamente alzato i toni, parlando di "subalternità" a Trump e di un tentativo di "aggirare" lo spirito della Costituzione. Elly Schlein, segretaria del PD, ha attaccato duramente la premier, accusandola di collocare l’Italia "ai margini del progetto europeo" e di inseguire le imposizioni del tycoon invece di rafforzare i legami all’interno dell’Unione -1. Da qui la richiesta, immediatamente recepita dal governo, di un passaggio parlamentare chiarificatore: il ministro degli Esteri Antonio Tajani riferirà alla Camera martedì 17 febbraio alle 13.30, in un'informativa urgente voluta per spiegare le linee guida della politica estera italiana in questo nuovo e delicato scenario -2.

Ma la trasferta africana della premier è stata anche l’occasione per un chiarimento – o forse per una presa di distanza – nei confronti del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Quest'ultimo, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva messo in guardia da una possibile "frattura" tra Europa e Stati Uniti, criticando aspramente la cultura "Maga" (Make America Great Again) che caratterizza il movimento trumpiano. Una posizione, quella del leader tedesco, che Meloni non ha esitato a ridimensionare, pur con la consueta cautela diplomatica. Da Addis Abeba, la presidente del Consiglio ha risposto senza mezzi termini a chi le chiedeva se condividesse le critiche di Merz: "No, direi di no", ha scandito, aggiungendo che si tratta di "valutazioni politiche" che attengono alla sfera dei partiti e non certo alle competenze dell’Unione europea -3-9.

La linea sull’Europa e il rapporto con Washington

Non è mancata, nelle dichiarazioni di Meloni, una riflessione più ampia sull’assetto delle relazioni transatlantiche. Se da un lato, infatti, la premier ha concordato con Merz su un punto specifico – e cioè la necessità che l’Europa faccia di più per sé stessa, specialmente in materia di sicurezza e di rafforzamento del pilastro europeo della Nato – dall’altro ha voluto ribadire con forza che la strada maestra non può essere quella della contrapposizione. In un'era geopolitica, ha spiegato, in cui "di certezze non ce ne sono più moltissime", l’obiettivo deve rimanere quello di "lavorare a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti, valorizzare quello che ci unisce piuttosto che quello che può dividerci" -5-7.

Un messaggio, questo, che suona come una netta presa di posizione a favore di un dialogo continuo con l'amministrazione Trump, nonostante le evidenti differenze di vedute su alcuni dossier. L’Italia, insomma, prova a giocare la carta del ponte, presentandosi come interlocutore affidabile sia a Bruxelles che a Washington. La partecipazione come osservatore al Board of Peace ne è l’emblema: un modo per esserci, senza farsi imbrigliare in meccanismi che potrebbero rivelarsi troppo stretti, e per continuare a tessere quella trama di relazioni che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe garantire al Paese un posto al tavolo che conta, specialmente su crisi, come quella mediorientale, che lambiscono direttamente i nostri confini strategici.

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