Il direttore Corsini e il rebus Giletti: “Risorsa importante, ma serve fiducia reciproca”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La tensione tra Massimo Giletti e la Rai, una di quelle che periodicamente riaffiora come un’ossessione narrativa nel palinsesto del Servizio Pubblico, è tornata a galla con una puntata di “Lo Stato delle Cose” che di ordinario aveva ben poco. Il giornalista torinese, va detto, non è nuovo a sfoghi piuttosto espliciti quando percepisce – o decide di percepire – un ridimensionamento del proprio spazio; e stavolta, a innescare la scintilla, è stata la conferma di una chiusura anticipata del suo talk show su Rai3, prevista già a inizio stagione come conseguenza dei tagli lineari imposti dai vertici dell’emittente. Nel corso della messa in onda del 6 aprile, Giletti ha lasciato cadere una frase che suona come un epitaffio ironico: “Noi non saremo in onda perché i programmi che funzionano sapete che fine fanno”. Un’uscita, questa, che ha subito acceso i riflettori sul futuro del conduttore, il cui contratto è in scadenza a giugno.
Il retroscena della chiusura e la replica dell’azienda
A rompere il silenzio, sul versante opposto della barricata, è stato Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai. Corsini, che pure non lesina riconoscimenti al professionista (“Giletti è una risorsa importante”, ha dichiarato), ha però introdotto un elemento spesso trascurato nelle cronache dei litigi televisivi: la necessità di una fiducia che deve essere, per forza di cose, reciproca. “La Rai e la mia Direzione hanno investito molto in Massimo Giletti – ha spiegato Corsini –, il suo rientro nel Servizio Pubblico dopo lo sfortunato epilogo a La7 è stato fortemente voluto. In questi anni il suo lavoro è stato totalmente supportato, anche quando i risultati non sembravano sorridere e la critica televisiva si accaniva su di lui in maniera ingiusta e strumentale”. Una dichiarazione, quest’ultima, che prova a ribaltare la prospettiva: non è l’azienda a essere ingrata, semmai lo sarebbe stato il conduttore, dimenticando il sostegno ricevuto nei momenti difficili.
Lo sfogo in diretta e le parole di chiusura di Giletti
Il conduttore, dal canto suo, non ha mai fatto mistero di aver mal digerito la riduzione del suo spazio. La decisione di anticipare la fine di “Lo Stato delle Cose” – una scelta, tengono a precisare fonti interne, già programmata mesi fa per far quadrare i conti imposti dalla capienza finanziaria dell’approfondimento – è stata letta da Giletti come un segnale poco rassicurante. Qualche settimana prima, già sul finale di una puntata, aveva salutato i telespettatori con un criptico “Per un po’ staremo ancora qua, poi vedremo. Ad maiora”. Un arrivederci sospeso, quello, che ora assume i contorni di un addio annunciato. La domanda, a questo punto, non è più se il programma chiuderà (lo farà, e presto), ma se il suo conduttore avrà un’altra poltrona pronta in via Mecenate o se, invece, il futuro professionale di Giletti si scriverà altrove.
Il contratto in scadenza e il nodo della fiducia reciproca
La partita, insomma, è tutta giocata su un terreno accidentato che mescola risultati di ascolto, equilibri di potere e vecchie ruggini. Corsini, nella sua replica, non ha chiuso la porta a una prosecuzione del rapporto, ma ha posto una condizione che nelle aziende di Stato suona sempre come un avvertimento: “Serve fiducia reciproca”. Tradotto: l’investimento fatto su Giletti non è stato a senso unico, e se il conduttore intende continuare a essere il “volto di punta” dell’Approfondimento Rai, dovrà anche accettare che le decisioni editoriali – comprese quelle dolorose come una chiusura anticipata – non si commentano in diretta con frasi ad effetto. Il contratto in scadenza a giugno, lo si diceva, diventa così l’ago della bilancia. Né l’azienda né il giornalista, al momento, hanno offerto spiragli concreti su un eventuale rinnovo. Quel che resta, per ora, è una striscia di fumo sullo studio di Rai3, e un pubblico che si chiede se “Lo Stato delle Cose” sia davvero finito o se invece, come spesso accade nei melodrammi televisivi, l’ultima parola non sia stata ancora scritta.




