Gaza, il Board di Trump divide Roma: Tajani vola a Washington, opposizioni all'attacco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La partita diplomatica intorno alla ricostruzione di Gaza si gioca su un tavolo nuovo di zecca, voluto e plasmato da Donald Trump, e l'Italia cerca una quadra che non la escluda dal futuro scacchiere mediorientale ma che, al contempo, non la faccia scontrare con i paletti della nostra Carta fondamentale. Sarà con ogni probabilità il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a rappresentare il Paese giovedì a Washington in occasione della prima riunione del Board of Peace, l'organismo internazionale concepito dall’amministrazione statunitense – e che qualcuno, non senza una punta di critica, ha già ribattezzato la "mini-Onu" di Trump – per gestire la fase transitoria nella Striscia e coordinarne la difficile ricostruzione. Una missione delicatissima, quella del titolare della Farnesina, decisa al termine di un vertice di maggioranza durato un'ora e mezza a Palazzo Chigi, durante il quale i leader si sono confrontati anche su altri dossier caldi come la legge elettorale e il referendum, ma dove il vero nodo da sciogliere era proprio la risposta all’invito arrivato dagli Stati Uniti -1.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha infatti valutato fino all'ultimo la possibilità di recarsi di persona nella capitale americana, ma alla fine ha prevalso la linea della prudenza istituzionale e diplomatica, optando per una partecipazione in veste di "osservatore" che sarà affidata al numero due dell'esecutivo. Una scelta, questa, che prova a conciliare due esigenze apparentemente in contrasto: da un lato, la volontà di non restare ai margini di un processo cruciale per la stabilizzazione del Mediterraneo allargato, area di storico e vitale interesse per l'Italia; dall’altro, la necessità di tenere in debito conto i rilievi sollevati da più parti, e in primis dallo stesso ministero degli Esteri, circa la compatibilità dello statuto del Board con l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra e limita le sovranità nazionale in condizioni di parità con gli altri Stati, un presupposto che nell'organismo voluto da Trump – dove i seggi permanenti sembrano riservati a chi è disposto a versare un contributo sostanzioso – appare quanto meno labile -5. La soluzione dell'osservatore, spiegano da Palazzo Chigi, è parsa dunque la più equilibrata per affermare una presenza, definita "necessaria" visti gli sforzi profusi dall'Italia in Medio Oriente, senza per questo cadere nella trappola di una subalternità politica che le opposizioni non hanno esitato a denunciare con forza.

Ed è proprio sul fronte del centrosinistra che la reazione è stata più dura e compatta. Il capogruppo del Partito Democratico al Senato, Francesco Boccia, ha lanciato un appello diretto alla premier invitandola a fermarsi, a non procedere su quella che ha definito una china pericolosa che rischia di "umiliare l'Italia" sulla scena mondiale. Un concetto, il suo, ribadito anche dalla vicepresidente della Camera, Anna Ascani, secondo cui Meloni continuerebbe a confondere l'alleanza atlantica con una mera sottomissione agli interessi della nuova amministrazione americana. Ma le critiche non si limitano ai dem. Il Movimento 5 Stelle, insieme ad Avs e Più Europa, sta lavorando a una risoluzione parlamentare unitaria che impegni il governo a fare marcia indietro e a non legittimare, neppure indirettamente, un organismo considerato lesivo del diritto internazionale e dell'autorità delle Nazioni Unite -9. Persino Azione, pur muovendosi con un proprio documento alternativo, ha già annunciato un voto contrario, sottolineando come la partecipazione al Board, anche come semplici spettatori, finisca per avallare quelle che vengono definite "mire affaristiche" legate al clan Trump e ai suoi soci -9.

Non meno complesso è il quadro europeo, che rischia di vedere l'Italia in una posizione di isolamento o, quantomeno, di fanalino di coda rispetto alle grandi cancellerie del continente. Se è vero che Paesi come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Cipro – quest'ultima nella sua qualità di presidente di turno dell'Ue – saranno presenti all’appuntamento di Washington, è altrettanto vero che il peso politico di queste adesioni non è paragonabile a quello di una Francia o di una Germania. Berlino, per bocca del cancelliere Friedrich Merz, ha già fatto sapere che non parteciperà, mentre la Commissione Europea ha annunciato l'invio della commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, prendendo però le distanze dall'etichetta di "osservatore" e specificando che la sua presenza sarà limitata a "partecipare alle discussioni" senza alcun coinvolgimento formale nell'organismo -8. Una distinzione sottile, quasi una acrobazia verbale, che però dice molto dell'imbarazzo di Bruxelles di fronte a un'iniziativa che riscrive le regole del multilateralismo fuori dai canali tradizionali e che molti, in Europa, leggono come un tentativo di delegittimare il ruolo dell'Onu.

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