Il Papa rientra dal Libano: «Una pace sostenibile è possibile»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Sul volo che lo riconduceva in Italia, Leone XIV ha dialogato con i giornalisti, affrontando, non senza una certa franchezza, le complesse tensioni internazionali che segnano l’attualità. Il Pontefice, il quale ha ribadito il ruolo della Santa Sede svolto «dietro le quinte», ha espresso una convinzione precisa riguardo alla crisi ucraina, indicando come «Europa e Italia abbiano un ruolo importante» da giocare nel percorso verso la stabilizzazione. «Penso che quando parliamo di speranza, quando parliamo di pace, quando guardiamo al futuro», ha affermato con un tono volutamente riflessivo, «lo facciamo perché è possibile che la pace ancora una volta giunga nella regione e giunga in Libano». Dichiarazioni che, se da un lato riconoscono la drammaticità del contesto, dall’altro sembrano voler scardinare un diffuso sentimento di rassegnazione, puntando su un’idea di diplomazia paziente e persistente.
Le parole che restano: speranza, unità, pace, giustizia
Quattro concetti, semplici eppure potentissimi, sono emersi a sigillo della visita apostolica. «Ci sono quattro parole che personalmente conserverò di questa visita: speranza, unità, pace e giustizia» ha dichiarato il patriarca di Cilicia degli armeni cattolici Raphaël Bédros XXI Minassian, il quale, intervistato dai media vaticani all’indomani della partenza del Papa, ha definito tali concetti come l’eredità più tangibile lasciata da Leone XIV in terra libanese. Un’eredità che, secondo il patriarca, va interpretata come un seme gettato con cura in un terreno reso arido da conflitti e instabilità economica; qualcosa di vivo, insomma, che attende di germogliare nonostante le difficoltà oggettive di un Paese stretto in una morsa che sembra non voler allentarsi.
Oltre i confini: l’eco dalla Turchia
L’impatto del viaggio pontificio, del resto, non si è limitato ai confini libanesi, riverberandosi anche in Turchia, altra tappa significativa del percorso di Leone XIV. Don Alessandro Amprino, presbitero originario del Torinese incardinato nell’Arcidiocesi di Izmir, ha raccontato la propria esperienza, avendo seguito da vicino la visita del Papa nel Paese dove esercita il ministero dal 2021. «Una visita che porterà frutti» ha commentato con fermezza don Amprino, il quale oltre a svolgere il ruolo di Vicario Giudiziale collabora in tre comunità parrocchiali e si occupa dell’assistenza spirituale per il contingente militare italiano nella base Nato locale. Le sue parole, asciutte e pragmatiche, suggeriscono una lettura del viaggio in chiave di lungo periodo, come un investimento relazionale le cui conseguenze positive, sebbene non immediate, sono attese con fiducia da chi, come lui, opera in un contesto di minoranza.
Il Libano come messaggio: pluralismo e convivenza
La folla immensa, si stimano circa centocinquantamila persone, radunata per la Messa celebrata sul lungomare di Beirut ha offerto un’immagine di straordinaria potenza simbolica. Tra i presenti, non solo libanesi ma anche fedeli giunti dalla Siria e dall’Iraq, a dimostrazione di un attaccamento che supera i confini nazionali. Quell’oceano di persone ha riproposto plasticamente, davanti agli occhi del mondo, un’intuizione che un altro Pontefice, Giovanni Paolo II, ebbe anni addietro, quando definì il Libano «più che un Paese: un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente e per l’Occidente». Un’espressione nata nel 1989 e poi ripresa e sviluppata nell’esortazione apostolica Una speranza nuova per il Libano del 1997, documento che resta una pietra miliare per la comprensione del modello libanese di convivenza, fragile eppure tenace, minacciato ma sempre capace di risorgere. Quello che Leone XIV ha voluto fare, in fondo, è stato toccare con mano questa realtà, confermando con la sua presenza che quel messaggio, nonostante tutto, non è stato dimenticato e merita ancora di essere difeso e narrato.




