Terremoto in Afghanistan, oltre 1400 vittime e migliaia di feriti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Un sisma di magnitudo, il cui epicentro è stato localizzato a soli ventisette chilometri da Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, ha devastato la parte orientale dell’Afghanistan, causando una strage di dimensioni epiche. Il bilancio, ancora provvisorio e destinato a peggiorare, parla di almeno 1.411 persone decedute e di oltre 3.124 feriti, numeri che descrivono, senza mezzi termini, una catastrofe umanitaria di proporzioni immense. La scossa, particolarmente violenta e registrata a soli otto chilometri di profondità, ha colpito con furia inaudita le province di Kunar, Nangarhar e Laghman, dove interi villaggi sono stati rasi al suolo, lasciando una scena di distruzione assoluta e di dolore infinito.
Le operazioni di soccorso, complicate dalle gravissime distruzioni subite dalle infrastrutture viarie, si stanno rivelando una corsa contro il tempo per raggiungere migliaia di persone che, rimaste isolate, hanno un disperato bisogno di aiuti immediati. I soccorritori, operando in condizioni proibitive, devono affrontare ostacoli quasi insormontabili per portare i primi generi di necessità, mentre nei centri di raccolta molti afghani si stanno mobilitando con donazioni in denaro e beni di prima necessità, in uno sforzo collettivo per far fronte all'emergenza.
A gravare ulteriormente sul già tragico scenario, si aggiunge una questione di genere, agghiacciante e inaccettabile, imposta dal regime talebano. Alle donne vittime del terremoto, infatti, è di fatto vietato farsi curare da medici uomini, il che si traduce in una palese omissione di soccorso. "La terribile verità è che vengono lasciate sotto le macerie", ha denunciato Luca Lo Presti, presidente della fondazione Pangea, sottolineando come, persino quando vengono estratte dalle macerie, a molte di loro venga negato il trattamento sanitario per il divieto imposto dal fondamentalismo religioso. Una norma che, in una situazione già di per sé critica, condanna a morte molte sopravvissute.




