Un cavaliere, sette regni e un segreto sepolto sotto l'elmo: il finale di A Knight of the Seven Kingdoms
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms si è chiusa, e con il sesto episodio, intitolato “The Morrow”, lo spin-off di Game of Thrones non solo ha concluso il torneo di Ashford Meadow, ma ha messo nero su bianco ciò che, per gli spettatori più attenti, era ormai un sospetto più che concreto. Ser Duncan l’Alto, l’imponente cavaliere errante che abbiamo imparato a conoscere e a voler bene per la sua goffa onestà, non è mai stato investito ufficialmente del Titolo che porta con sé -4-9. In un flashback che ha il sapore amaro della rivelazione, rivediamo la scena della morte del suo mentore, Ser Arlan di Pennytree: l’anziano cavaliere, in punto di morte, racconta la storia dell’albero delle monete, ma non pronuncia mai le parole del rituale di investitura -4-10. Il giovane Dunk, forse per paura di restare solo, o forse per il desiderio di aggrapparsi a un sogno, ha semplicemente indossato l’armatura e lo status del suo defunto maestro, cavalcando verso un destino più grande di lui.
Ecco che allora l’intera narrazione, fatta di tornei e di scontri, di onore e di lealtà, acquista una profondità inaspettata. Non è solo la storia di un cavaliere che scala le gerarchie di Westeros, ma quella di un uomo che costruisce la propria identità su una menzogna silenziosa, un inganno che non nuoce a nessuno se non, forse, alla sua stessa coscienza. La sua riluttanza a nominare cavaliere Raymun Fossoway prima del “Julgamento dos Sete” non era quindi semplice modestia o ignoranza del cerimoniale, ma la consapevolezza, forse nemmeno del tutto esplicitata a sé stesso, di non avere l’autorità per farlo -9. E quando, dopo la morte tragica del principe Baelor Targaryen, ucciso per sbaglio dal fratello Maekar durante la mischia, il giovane Egg propone di partire con lui, Dunk rifiuta, sentendosi indegno di guidare un ragazzo che, in fondo, è pur sempre un principe del sangue -5-10.
La risoluzione, però, arriva in un modo che è tutto sommato poetico per una serie che ha fatto della semplicità e dell’umanità il suo punto di forza. Egg, il cui vero nome è il principe Aegon Targaryen, raggiunge Dunk mentre questi si allontana da solo da Ashford, mentendo spudoratamente: sostiene che suo padre, Maekar, gli abbia dato il permesso di seguirlo come scudiero -10. È una bugia che cela una verità più profonda, e lo spettatore lo scopre nella scena dopo i titoli di coda, un piccolo extra che getta luce sul futuro: Maekar, furioso, si accorge della fuga del figlio, lasciando intendere che la strada per Dunk e il suo piccolo scudiero sarà irta di ostacoli e di ricerche da parte della famiglia Targaryen -9. È una deviazione significativa dalla saga letteraria di George R.R. Martin, dove il consenso del padre era invece concesso, e apre a scenari inediti per la seconda stagione, già annunciata per il 2027 -2-9.
Il peso di una pianta e la strada verso Dorne
Il simbolismo, in questo finale, non è mai fine a sé stesso. Il “Pennytree”, l’albero a cui i cavalieri di passaggio inchiodavano un penny come pegno per il ritorno, diventa per Dunk il luogo di un addio e di una promessa. Prima di lasciare Ashford, anche lui vi conficca una moneta, forse per sé stesso, forse in memoria di Ser Arlan. È un gesto che suggella il suo ingresso in una nuova fase della vita, non più all’ombra di un padre putativo, ma accanto a un ragazzino che di regale ha ben poco, se non la caparbietà e la testardaggine. La strada che i due intraprendono, fisicamente e metaforicamente, sembra dirigersi verso sud. Egg, infatti, parla con nostalgia delle terre di Dorne, e in particolare dei suoi burattinai, un richiamo diretto a Tanselle, la giovane artista di cui Dunk si era invaghito e che era stata costretta a fuggire dopo le accuse del principe Aerion. La possibilità di un ricongiungimento, ventilata dall’attrice Tanzyn Crawford in alcune dichiarazioni, è concreta, anche se questo significherebbe per la serie discostarsi ulteriormente dalle pagine della seconda novella, *The Sworn Sword*, che vede i due protagonisti dirigersi verso il Confine e le terre di Ser Eustace Osgrey.
Un nuovo inizio lontano dai riflettori
La seconda stagione, le cui riprese sono in corso e che arriverà sugli schermi nel 2027, si preannuncia quindi come un capitolo di transizione e, al tempo stesso, di consolidamento. Gran parte del cast corale che ha animato il torneo, inclusi volti noti come quelli di Daniel Ings (Ser Lyonel Baratheon) e Sam Spruell (Maekar), difficilmente tornerà, lasciando spazio a nuovi personaggi tratti dalla seconda novella, come Lady Rohanne Webber, la cosiddetta “Vedova Rossa”, e il già citato Ser Eustace. Lo showrunner Ira Parker ha parlato di un cambio di passo: si passerà dalle giostre e dai tornei alle tensioni aride di una disputa per l’acqua in un continente flagellato dalla siccità, un tema più intimo e terroso, ma non per questo meno interessante. L’assenza di draghi e di magia, che ha caratterizzato questa prima stagione, sarà ancora più marcata, e la serie potrà così continuare a esplorare le pieghe di un’umanità varia e contraddittoria, lontana dai giochi di potere di Approdo del Re.
La legittimità negata e la ricerca della verità
Resta, sullo sfondo, il nodo irrisolto della falsa identità di Dunk. Il fatto di non essere un vero cavaliere, ora che Egg gli è stato affidato, potrebbe trasformarsi da semplice tormento interiore a motore di future trame. In un mondo dove il rango e la nascita contano più di ogni altra cosa, il segreto di Duncan l’Alto è una spada di Damocle pronta a cadere. Lo showrunner ha accennato al fatto che la seconda stagione esplorerà il tema della "lealtà cieca", e quale modo migliore per farlo se non mettendo un uomo che mente su sé stesso di fronte alla lealtà incondizionata di un ragazzo che, al contrario, ha rinunciato a tutto pur di stargli accanto?. Il viaggio di Dunk ed Egg, a questo punto, non è solo un vagabondare per le lande di Westeros, ma una ricerca di riscatto e di verità, che parte dal basso, dalla polvere delle strade e dalla schiena curva di un gigante buono che non ha mai ricevuto la sua investitura.




