Papa alle Canarie, un viaggio tra geografia del dolore e radici ritrovate
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Redazione Interno
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L’arcipelago delle Isole Canarie, lembo di terra spagnola sospeso nell’Atlantico a poco più di cento chilometri dalla costa africana, si prepara ad accogliere un evento senza precedenti nella sua storia. Mons. José Mazuelos, vescovo della diocesi delle Canarie, lo ha ricordato con un misto di attesa e consapevolezza: nessun pontefice, prima di Papa Leone XIV, aveva mai messo piede su questo suolo. Un vuoto colmato ora da un viaggio che, nelle intenzioni, intende scardinare la fredda algidità delle statistiche. “Dietro le cifre dei flussi migratori – ha spiegato il presule, riferendosi a quella che ormai è una cronaca quotidiana per l’arcipelago – ci sono storie autentiche di speranza e resilienza”. La posizione geografica, crocevia obbligato e frontiera calda del continente europeo, ha infatti trasformato queste isole in uno spazio multiforme: punto di transito per chi fugge, luogo di accoglienza per chi arriva e, non di rado, teatro di un blocco migratorio che ne definisce le complesse dinamiche sociali e politiche.
Mentre il calendario si avvicina alla data di quello che sarà il primo viaggio apostolico in Spagna da quindici anni a questa parte, le capitali – tanto quella spirituale quanto quelle politiche – hanno dato il via a un fitto lavorio diplomatico che ha trovato il suo momento clou nelle ultime ore. Roma, in particolare, ha assistito a una sequenza di cerimonie e incontri che hanno ricucito, se mai ce ne fosse stato bisogno, il filo tra la monarchia spagnola e la Santa Sede. Venerdì scorso, nella Sala del Tronetto del Palazzo Apostolico, il reggente della Prefettura della Casa Pontificia, Leonardo Sapienza, ha accolto i sovrani Filippo VI e Letizia, scortati dal picchetto d’onore delle Guardie Svizzere prima del faccia a faccia con il Papa. Un incontro, questo, che i bollettini ufficiali hanno descritto come cordiale, incentrato sul consolidamento delle buone relazioni bilaterali e su alcuni “temi di carattere regionale ed internazionale”, con un occhio particolare alla promozione della pace.
Ma è stato il giorno successivo, quello di sabato, a regalare l’immagine forse più densa di stratificazioni storiche. Nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, il cardinale Rolandas Makrickas, arciprete del tempio, ha accolto i sovrani per un rito che non ha nulla di meramente formale. Felipe VI ha ufficialmente assunto il Titolo di protocanonico del Capitolo della basilica, un privilegio che la tradizione riserva esclusivamente al capo di Stato spagnolo. Un legame, quello tra la Corona e questo tempio mariano, che affonda le sue radici nei secoli: dai tempi dei Re Cattolici, il cui contributo (si narra proveniente dall’oro delle Americhe) permise di realizzare il celebre soffitto a cassettoni, fino al gesto di Margherita d’Austria che donò il reliquiario della Sacra Culla. “La tradizione autentica – ha ricordato il cardinale Makrickas durante la cerimonia – non è stagnazione o ripetizione inerte, ma la trasmissione viva di un dono”. Il sovrano, dal canto suo, ha voluto sottolineare la continuità spirituale tra il pontificato appena conclusosi e quello appena iniziato, sostando in preghiera davanti alla tomba di Francesco – che proprio in questa basilica ha voluto trovare riposo – e citando la “Salus Populi Romani”, l’icona davanti alla quale il Papa argentino era solito affidare i suoi viaggi.
A fare da contrappunto a questa intensa agenda romana, c’è stata la visita del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, a Salamanca. Un viaggio che ha incrociato quello dei sovrani spagnoli quasi per un gioco di specchi istituzionali. Proprio il giorno prima dell’udienza vaticana, giovedì 19, il Capo dello Stato italiano ha ricevuto dall’antica Università di Salamanca il Dottorato Honoris Causa, un riconoscimento che non accadeva da trentasette anni. A sorprendere, in quell’occasione, fu la spontaneità di un gesto: Re Felipe, che si trovava in città per omaggiare l’ospite, si è concesso una pausa pubblica con Mattarella, sedendo al caffè in una delle piazze storiche, tra lo stupore dei turisti italiani che non si aspettavano di vedere i propri rappresentanti così a proprio agio lontano da casa. Un’immagine di normalità, forse studiata, che ha restituito il senso di un’alleanza non solo geopolitica ma anche profondamente umana.
L’eco delle Canarie tra protocollo e memoria familiare
Se l’incontro con i reali ha riempito le cronache di riti e cerimoniali, il cuore del viaggio che attende Leone XIV resta ancorato all’arcipelago e alla sua funzione di porta d’Europa. C’è, tuttavia, un ulteriore elemento di interesse che rende questa trasferta unica nel suo genere e che va al di là della semplice agenda pastorale. Le ricerche storiche, infatti, hanno ricostruito un legame sorprendente che unisce il pontefice a quelle stesse terre che sta per visitare. Secondo quanto documentato, il Papa ha ascendenze familiari che affondano proprio nel ceppo canario. Sua madre, di cognome Martínez, era figlia di Jacobo Martínez e Rosa Ramos, popolatori originari dell’arcipelago che si erano stabiliti nelle colonie spagnole del continente americano.
Si tratta di una storia che segue il solco di quelle migrazioni interne all’impero spagnolo, quel “tributo di sangue” che per secoli spinse famiglie umili delle isole a ripopolare territori strategici come Santo Domingo, la Louisiana o il Texas. “Probabilmente erano di Gran Canaria”, ha suggerito uno storico che ha ricostruito queste genealogie, perché la maggior parte dei coloni in quelle regioni proveniva proprio da quell’isola. Il cognome Ramos, del resto, è considerato un indizio quasi certo di questa origine. In Luisiana, quei coloni si definivano “isleños”, mantenendo intatte le tradizioni, le décimas e l’accento, anche a distanza di secoli. Per il Papa, che già aveva manifestato un interesse particolare per il tema migratorio, mettere piede in quelle terre significherà quindi calpestare, forse inconsapevolmente agli occhi del pubblico, il suolo da cui partirono i suoi lontani avi.
L’attesa per il primo viaggio in terra iberica
Mentre la macchina organizzativa si mette in moto in vista della partenza fissata per l’estate, il quadro dei rapporti tra Santa Sede e Spagna appare più solido che mai. La visita apostolica, la prima nel Paese iberico dai tempi di Benedetto XVI, rappresenta un banco di prova anche per il nuovo esecutivo e per le relazioni con la monarchia, recentemente rinsaldate dalla doppia visita a Roma. L’invito, come è stato riferito, era già stato formulato nei mesi scorsi e il Pontefice ha voluto che nelle tappe non mancassero le isole, a testimonianza di come la questione dei migranti – uno dei dossier più complessi per l’Unione Europea – resti centrale nel suo magistero. Se Madrid e Barcellona offriranno lo scenario delle grandi folle e dei rapporti con le istituzioni, saranno le coste delle Canarie, lambite ogni giorno da imbarcazioni cariche di uomini e donne, a rappresentare il vero palcoscenico di un pontificato che cerca di parlare al mondo dai margini.




