Victoria Bonya, la beauty influencer che ha sfidato Putin tra dubbi di propaganda e malcontento reale
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Redazione Esteri
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C’è un’immagine, in questo scorcio di primavera russa, che sembra uscita da una sceneggiatura distopica, eppure è drammaticamente reale: quella di una beauty influencer con le labbra rifatte e la pelle perfetta, seduta davanti a uno smartphone a Montecarlo, che guarda dritto nell’obiettivo e apostrofa il presidente più potente del paese. «Vladimir Vladimirovich, la gente ha paura di te», ha esordito Victoria Bonya in un video pubblicato su Instagram, scatenando una reazione a catena che il Cremlino, forse per la prima volta, non ha potuto ignorare. Il filmato, della durata di circa diciotto minuti, ha accumulato oltre ventisei milioni di visualizzazioni e un milione e trecentomila like, diventando il fenomeno virale del momento non solo per i numeri, ma per l’identità inedita della sua protagonista: non un’attivista di ferro, non un politico in esilio, ma una regina del lifestyle e del make-up, da tredici milioni di follower, che si improvvisa portavoce di un disagio diffuso.
Victoria Bonya, che deve la sua fama alla partecipazione a «Dom-2», la versione russa del «Grande Fratello» andata in onda a partire dal 2006, ha costruito la sua fortuna su consigli di bellezza, relazioni sentimentali con milionari irlandesi e una vita patinata nel principato di Monaco. Oggi, però, la sua “arma” è diventata la parola. Con tono pacato, ha elencato una serie di criticità che, a suo dire, nessun governatore o artista avrebbe il coraggio di riferire al presidente: la gestione lenta e inadeguata delle alluvioni in Daghestan, l’inquinamento da petrolio lungo la costa del Mar Nero, le macellazioni di bestiame in Siberia senza una logica chiara e, su tutte, la morsa sempre più stretta delle restrizioni a Internet che sta soffocando le piccole imprese. «Tra Putin e la gente c’è un muro enorme e spesso», ha detto, aggiungendo che quel muro è composto da silenzi e paure.
La risposta immediata del Cremlino e il “caso” Peskov
La vera sorpresa, però, non è stata tanto la denuncia in sé, quanto la reazione immediata degli apparati del Cremlino. Di solito, critiche di questo tenore vengono liquidate come provocazioni occidentali o ignorate del tutto. Stavolta no. Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, ha fatto sapere che il video affronta «temi di grande rilevanza» e che «nessuno di questi verrà lasciato senza risposta». Una presa di posizione così rapida – avvenuta a poche ore di distanza – ha fatto immediatamente scattare l’allarme tra gli analisti. Perché il governo avrebbe dovuto scendere in campo per rispondere a una star dei social, se non per tentare di imbrigliare una narrazione che rischiava di sfuggire di mano?
E proprio qui si inserisce il nodo più spinoso della vicenda, quello che trasforma il caso Bonya in un dilemma interpretativo. Da un lato, c’è chi vede in questa operazione la mano della propaganda di stato. Secondo questa lettura, l’intera performance sarebbe stata studiata a tavolino in vista delle elezioni parlamentari previste per la fine dell’anno, con l’obiettivo di creare una valvola di sfogo controllata: la figura del «buon zar» tradito dai funzionari corrotti, a cui una voce popolare porta la verità della gente. In fondo, Bonya non ha mai nominato la guerra in Ucraina né ha messo in discussione il ruolo di Putin come leader; anzi, ha ribadito di sostenere il presidente, incolpando invece i sottoposti per la cortina di menzogne.
Dall’altro lato, però, ci sono fatti concreti che alimentano la tesi opposta, quella del malcontento spontaneo e ormai ingestibile. Gli ultimi sondaggi raccontano di un indice di gradimento per Putin ai minimi storici dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. La stanchezza per la guerra, l’inflazione e la chiusura di ogni canale di comunicazione occidentale (Instagram stesso è bloccato in Russia e accessibile solo tramite VPN) hanno creato una pressione sociale che prima non esisteva. In questo senso, Bonya – che vive all’estero e quindi rischia poco – potrebbe aver semplicemente cavalcato un’onda che nessuno era più in grado di fermare.
Le forbici di Chanel e il “tradimento dello spirito russo”
Per comprendere la complessità del personaggio, occorre fare un salto indietro di quattro anni. Nel 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina e l’imposizione delle sanzioni occidentali, Victoria Bonya era finita sui titoli dei giornali per un gesto diametralmente opposto. Con forbici da cucina, aveva tagliuzzato una costosissima borsa di Chanel per protestare contro la decisione della maison francese di sospendere le vendite in Russia. «Se Chanel non rispetta i clienti, perché io dovrei rispettare Chanel?», tuonava allora, schierandosi contro quelle che definiva «discriminazioni» verso i russi. Un atto di fedeltà al mercato interno e, implicitamente, una sponda al clima nazionalista di quei mesi.
Oggi, quella stessa donna parla di libertà soffocata e di «paese che non è più libero». Una contraddizione solo apparente, che forse racconta meglio di qualsiasi analisi politica la confusione e l’opportunismo che regnano nell’ecosistema degli espatriati russi. Nel secondo video, pubblicato dopo la nota del Cremlino, Bonya è apparsa visibilmente commossa, in lacrime, per ringraziare Putin di non averla ignorata, aggiungendo che tacere «sarebbe stato un tradimento dello spirito russo». Una scena che i più scettici hanno letto come la prova provata della regia occultata dal potere.
La nuova dissidenza patinata e il suo pubblico
Al di là delle speculazioni sulla natura autentica o pilotata del gesto, ciò che emerge con chiarezza è un cambiamento nel linguaggio del dissenso. Non più opuscoli clandestini o manifestazioni di piazza, ma storie Instagram e video di diciotto minuti girati in salotti arredati con gusto. Come ha osservato Abbas Gallyamov, ex consigliere di Putin ora in esilio, Bonya sta portando nell’arena dell’opposizione un pubblico completamente nuovo, quello che fino a ieri si informava solo su creme antirughe e diete detox. E questo è il vero pericolo per il Cremlino: che il malcontento esca dalle bolle degli attivisti tradizionali per diventare un meme, un contenuto virale di massa.
Non a caso, la reazione della propaganda ufficiale non si è fatta attendere. Vladimir Solovyov, noto presentatore della tv di Stato e falco acceso, ha lanciato un attacco violentissimo contro Bonya in diretta, accusandola di lavorare per l’Occidente, insultandola pesantemente e chiedendo a gran voce che venga dichiarata «agente straniero». Un atteggiamento che, anziché tacitare la polemica, l’ha probabilmente amplificata, dimostrando quanto il potere sia messo in difficoltà da una donna che, con le forbici prima e con le parole poi, ha saputo violare i protocolli della comunicazione russa.
Così, mentre il governo assicura che i problemi sollevati verranno affrontati e l’influencer torna a postare storie sulla sua vita a Montecarlo, la domanda di fondo resta sospesa nell’aria. Che si tratti di un’abile mossa di propaganda per alleggerire la tensione pre-elettorale o del primo graffio su una superficie che sembrava monolitica, Victoria Bonya ha fatto una cosa che in Russia non accadeva da tempo: ha detto ad alta voce, e in centinaia di migliaia l’hanno ascoltata, che forse il muro ha davvero una crepa.




