Papa Francesco, il pontefice che ha sfidato le guerre e le ambiguità del potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cuore di molti è in lutto per la scomparsa di papa Francesco, il pontefice venuto "dall’altro mondo", come lo ha definito il direttore Napoletano in un recente editoriale. Uomo capace di interpretare con lungimiranza gli scenari geopolitici più complessi, ha sempre cercato soluzioni per conflitti che definiva «la sconfitta dell’intera umanità». La sua voce, spesso solitaria, si è levata contro il riarmo e la logica della forza, in un’epoca in cui le diplomazie vacillano.

Proprio lo scorso 12 marzo, mentre il Parlamento Europeo approvava con 419 voti a favore il piano ReArm Europe – che prevede investimenti per 800 miliardi nel settore della difesa –, pochi hanno ricordato le parole di Francesco, che da anni metteva in guardia contro la spirale degli armamenti. Ursula von der Leyen, presentando la risoluzione, aveva dichiarato senza mezzi termini che «il tempo delle illusioni è finito», citando la minaccia russa. Ma il pontefice, che pure aveva condannato l’invasione dell’Ucraina, continuava a insistere sul dialogo, anche quando sembrava impossibile.

La sua ultima apparizione pubblica risale alla domenica di Pasqua, pochi giorni prima della morte. Nessuno immaginava che sarebbe stato l’addio. In quei momenti, nonostante la convalescenza che lo aveva costretto a ridurre gli impegni, aveva voluto visitare il carcere di Regina Coeli, portando la sua sofferenza accanto a quella degli ultimi. Un gesto coerente con un pontificato che ha fatto della prossimità il suo tratto distintivo.

Non tutti, però, hanno guardato a Francesco con ammirazione incondizionata. Pierluigi Battista, giornalista e scrittore, ha spesso criticato quelle che definisce «ambiguità» del suo magistero: dalla posizione sull’Ucraina alle parole su Israele, fino alla controversa reazione all’attentato a Charlie Hebdo. Per Battista, Bergoglio è stato un riformatore, un messaggero di pace, ma anche un pontefice «populista», capace di parlare alla piazza più che ai potenti.

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