WhatsApp, allerta per la truffa del codice a sei cifre: il furto del profilo è a un passo

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La cronaca digitale, purtroppo, è spesso costellata di episodi che vedono la sottrazione illecita di identità e dati personali, un fenomeno che si ripropone con inquietante ciclicità e metodologie in costante evoluzione. Tra queste, una truffa particolarmente insidiosa, le cui prime avvisaglie risalgono al 2020, ha conosciuto una rinnovata e virulenta impennata proprio tra aprile e maggio del 2025, confermando come la piattaforma di messaggistica più utilizzata al mondo, con i suoi oltre tre miliardi di utenti, rappresenti un bersaglio ambito e redditizio per la criminalità informatica. L’allarme, pertanto, non può essere mai considerato rientrato del tutto, richiedendo anzi una costante e vigile attenzione da parte di chiunque utilizzi l’applicazione.

Il meccanismo dell’inganno

La procedura messa in atto dai malintenzionati, sebbene semplice nella sua struttura, sfrutta con astuzia la fretta e la distrazione degli utenti, elementi che, nel flusso incessante delle notifiche quotidiane, possono rivelarsi fatali. Il tutto si fonda sulla richiesta, apparentemente legittima, del codice di verifica a sei cifre che WhatsApp genera automaticamente per associare un account a un nuovo dispositivo. I truffatori, dopo essersi appropriati del numero di telefono della vittima, ne attivano il processo di registrazione: è a questo punto che al malcapitato arriva, sul suo telefono, il messaggio contenente il codice. Se l’utente, ingenuamente o per sbadataggine, fornisce quelle cifre a chi gliele ha appena richieste – spesso attraverso una telefonata o un messaggio camuffato da supporto tecnico – consegna di fatto le chiavi del proprio profilo, consentendo agli aggressori di portare a termine la riconfigurazione dell’account sul loro dispositivo e di appropriarsene completamente.

Un panorama di minacce in continua mutazione

Questa specifica frode, che mira direttamente al controllo dell’identità digitale, si inserisce in un contesto già complesso e preoccupante, dove le vulnerabilità possono manifestarsi a più livelli. Non si può dimenticare, infatti, la recente e grave falla nella privacy individuata nella stessa applicazione, una lacuna che avrebbe potuto esporre i dati di miliardi di persone. Accanto a questi rischi sistemici, proliferano le minacce “operative” portate avanti dagli hacker, i quali sfruttano ogni possibile espediente per carpire informazioni sensibili. Alcuni di essi, per esempio, hanno trovato nei file SVG, un formato grafico vettoriale, un veicolo ideale per nascondere codice maligno, trasformando una semplice immagine condivisa in chat in una trappola per rubare credenziali o dati finanziari.

Le misure di autotutela

La difesa più efficace resta, in mancanza di una sicurezza assoluta, un comportamento prudente e informato. È fondamentale comprendere che il codice a sei cifre rappresenta una sorta di ultimo baluardo dell’account e, come tale, non deve essere mai condiviso con nessuno, neppure con chi si presenta come un operatore del servizio. Meta, del resto, non contatta direttamente gli utenti per chiedere questo tipo di informazioni. A ciò si aggiunge la buona pratica di attivare, laddove disponibile, l’autenticazione a due fattori, che aggiunge un ulteriore e fondamentale livello di protezione, una barriera in più anche nel caso in cui il codice di verifica venga intercettato. La consapevolezza di questi meccanismi, unita a una salutare diffidenza verso richieste anomale, costituisce lo scudo primario contro tentativi di furto che, sebbene noti, continuano a mietere vittime proprio perché basati sulla manipolazione psicologica più che su sofisticate competenze tecniche.

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