Flotilla, il ministro Ben Gvir indagato a Roma: “Il paese dello stivale è diventato quello delle ciabatte”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Roma ha ufficialmente iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, un’ipotesi di reato che ruota attorno a tre gravi capi d’accusa: tortura, sequestro di persona e tentato omicidio. Il fascicolo, aperto dai pm di piazzale Clodio, trae origine dai fermi degli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla avvenuti nel maggio scorso, quando le autorità israeliane abbordarono le imbarcazioni in acque internazionali.

Non si tratta, va detto, di un atto isolato: a piazzale Clodio sono già stati aperti altri procedimenti relativi a missioni precedenti della stessa flottiglia, compresa quella dell’aprile e dell’ottobre scorsi, tutti incentrati sulle modalità con cui sono stati gestiti i blocchi navali e la detenzione dei volontari.

La svolta giudiziaria e il peso delle immagini

L’elemento che ha probabilmente fatto pendere l’ago della bilancia verso l’iscrizione nel registro degli indagati è di natura audiovisiva: lo stesso Ben-Gvir aveva pubblicato sui propri profili social un video girato nel porto di Ashdod. In quelle immagini, diventate ora prove agli atti dell’inchiesta, si vedono alcuni attivisti inginocchiati, con le mani legate dietro la schiena e circondati da forze di sicurezza, mentre il ministro si aggira tra loro rivolgendo parole di scherno.

Per gli inquirenti, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi e coadiuvati dai carabinieri del Ros, quei fotogrammi potrebbero costituire una prova sostanziale delle condizioni di detenzione disumane denunciate dai legali dei fermati; condizioni che includerebbero, secondo le testimonianze raccolte, non solo l’immobilizzazione prolungata ma anche episodi di violenza fisica, l’uso di taser e la privazione di acqua.

La replica del ministro: accuse e sarcasmo diplomatico

La reazione di Itamar Ben-Gvir all’apertura del fascicolo italiano non si è fatta attendere ed è arrivata, come ormai consuetudine in questi frangenti, attraverso un post su X (ex Twitter). Respingendo al mittente le accuse della magistratura romana, il ministro ha ribaltato la narrazione definendo gli attivisti “un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo” che fabbricano calunnie contro i soldati israeliani; nella sua invettiva, ha inoltre dichiarato che Israele “non è un sacco da boxe” e che nessuna inchiesta all’estero riuscirà a scoraggiarlo.

Tuttavia, l’affondo più tagliente è stato riservato alla forma, più che alla sostanza, con una battuta ad effetto che ha subito fatto il giro del web: “Il paese dello Stivale è diventato il paese delle ciabatte”, un’ironia con cui ha cercato di ridimensionare la portata giudiziaria dell’iniziativa italiana, paragonando la tradizionale forma geografica della penisola a un simbolo di scarsa incisività.

Un contesto europeo e le implicazioni processuali

L’inchiesta romana non rappresenta un unicum nel panorama continentale: anche la Francia, attraverso la Procura nazionale antiterrorismo, ha avviato un’indagine formale nei confronti del ministro israeliano, ipotizzando in quel caso specifico i reati di tortura e crimini di guerra.

Al netto delle bordate retoriche e degli scontri diplomatici tra Roma e Tel Aviv, il procedimento italiano si scontra ora con le oggettive difficoltà investigative legate alla raccolta di riscontri in territorio straniero e alla complessa giungla di norme internazionali applicabili, incluso il diritto del mare; i pubblici ministeri dovranno valutare se i blocchi in acque internazionali e i successivi trasferimenti nei penitenziari israeliani costituiscano una mera violazione del codice di navigazione o se integrino, come sostenuto dalle difese degli attivisti, le fattispecie ben più gravi di

Sequestro e tortura, aggravate per alcuni aspetti dal presunto lancio di razzi luminosi contro i natanti.

Oltre alla posizione di Ben-Gvir, la Procura di Roma ha al momento al vaglio anche i nomi di altre alte cariche militari e politiche israeliane, tra cui il ministro della Difesa Israel Katz e diversi vertici della Marina e del servizio penitenziario, anche se per queste figure le indagini sono ancora in una fase preliminare di valutazione.

Nel frattempo, il fascicolo principale, che si avvale anche delle testimonianze degli italiani rimpatriati e degli esposti presentati da organizzazioni come la Hind Rajab Foundation, prosegue il suo iter tra gli uffici di piazzale Clodio, dove gli investigatori stanno cercando di ricostruire la catena di comando che diede l’ordine di abbordare le navi della flottiglia al largo dell’isola di Creta.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.