Il giorno della verità e del dolore: l’autopsia conferma l’assenza di lesioni, ma il giallo del “sì” in sala operatoria infiamma l’inchiesta sul piccolo Domenico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è conclusa nella tarda serata di ieri, al secondo policlinico di Napoli, la prima e decisiva fase dell’incidente probatorio disposto dal gip Mariano Sorrentino, con l’esame autoptico sul Corpo di Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo deceduto il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi a seguito di un trapianto di cuore fallito. Un esame durato circa tre ore, al quale hanno preso parte venticinque tra periti e consulenti tecnici nominati dal giudice, dalla Procura – che ha designato l’anatomo patologo Oscar Nappi – e dalle difese dei sette medici indagati per omicidio colposo, oltre che dalla famiglia della vittima, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi. I primi, parziali esiti, filtrati al termine della lunga procedura, sembrerebbero escludere la presenza di lesioni macroscopiche al muscolo cardiaco, e in particolare smentirebbero l’ipotesi, circolata nelle scorse settimane sulla scorta di alcune testimonianze raccolte a Bolzano, di un taglio accidentale inferto al ventricolo sinistro già durante le fasi dell’espianto. Il medico legale di parte, Luca Scognamiglio, ha riferito che non sono emerse evidenze di questo tipo, sebbene si tratti di un quadro ancora provvisorio: il collegio peritale, che avrà a disposizione centoventi giorni per depositare la relazione conclusiva, tornerà a riunirsi il prossimo 28 aprile per le valutazioni sui campioni anatomopatologici, accertamenti che potrebbero rivelarsi dirimenti per la ricostruzione minuziosa dell’intera catena di errori e responsabilità.

Mentre la salma del piccolo, liberata dopo i rilievi, farà ritorno questa mattina a Nola per essere esposta nella camera ardente allestita presso il Duomo in attesa dei funerali previsti per le 15, un fronte nuovo e dirompente si è aperto nel procedimento, incentrato sulla dinamica di quei concitatissimi minuti del 23 dicembre scorso in sala operatoria. L’autodifesa del cardiochirurgo Guido Oppido, il professionista che ha materialmente eseguito l’intervento e che nei giorni scorsi ha dichiarato ai media di aver “operato bene” e di sentirsi a sua volta “una vittima” dopo aver salvato “tremila bambini”, si basa sulla percezione di aver ricevuto un assenso verbale a procedere con l’espianto del cuore malato di Domenico. Dalla sa relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute, emerge una netta discrepanza tra il racconto del chirurgo e quello degli altri sanitari presenti: Oppido riferisce di aver domandato conferma sull’avvenuta esecuzione delle procedure di conservazione sul nuovo organo – la cosiddetta cardioplegia ‘al banco’ – e di “aver percepito” un “sì” che lo ha indotto a completare la cardiectomia del piccolo ricevente. Gli infermieri e i perfusionisti, al contrario, negano di aver fornito una risposta affermativa esplicita, e sostengono che la consapevolezza del disastroso stato di congelamento in cui versava il cuore proveniente da Bolzano – immerso in un blocco di ghiaccio secco anziché umido – sia maturata solo a intervento ormai irreversibile.

La battaglia legale sui periti e il giallo dei cartelli scomparsi sul contenitore termico

La complessità dell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ricci e dal pm Tittaferrante, è testimoniata anche dalle aspre dispute procedurali che hanno preceduto l’autopsia. Il gip ha infatti accolto l’istanza di ricusazione presentata dai legali della famiglia Caliendo contro uno dei tre periti inizialmente designati, il professor Mauro Rinaldi, sostituito con il professor Ugolini Livi di Udine; la motivazione risiederebbe nelle pregresse dichiarazioni pubbliche rilasciate dal medico sulla vicenda, che ne avrebbero compromesso la necessaria imparzialità. Ma è soprattutto un nuovo elemento, emerso nel corso della trasmissione televisiva “Lo Stato delle Cose”, a gettare un’ombra inquietante sulla fase del trasporto dell’organo. I legali della cardiochirurga Gabriella Farina, uno dei due medici del Monaldi che si erano recati a Bolzano per il prelievo, hanno puntato il dito contro l’assenza di idonee segnalazioni di pericolo sul frigorifero che conteneva il cuore. Le immagini mostrate in tv ritrarrebbero il contenitore in due momenti distinti: prima dell’incidente, privo di qualsiasi avviso, e successivamente, con i cartelli “attenzione, ghiaccio secco” ben in vista. La tesi della difesa è lineare e grava ora come un macigno sull’intera istruttoria: se il dispositivo non recava indicazioni visibili sulla presenza di anidride carbonica solida, la professionista non avrebbe potuto essere consapevole di maneggiare un materiale così pericolosamente differente dal comune ghiaccio, e quindi non avrebbe avuto motivo di allertare i colleghi sulle modalità di conservazione straordinarie richieste dall’organo.

Una nuova denuncia e lo spettro di precedenti criticità al centro trapianti Monaldi

A complicare ulteriormente il quadro, già segnato dalle chat degli infermieri che parlavano di un piccolo rimasto per quarantacinque minuti senza cuore e di tentativi di scongelamento protratti per tre ore (“se riparte è un miracolo”, scriveva un camice bianco), si inserisce un esposto di duecentocinquanta pagine presentato da Federconsumatori Campania. Gli avvocati Carlo Spirito e Davide Di Luccio hanno depositato in Procura un dossier che ipotizza gravi e reiterate carenze strutturali e autorizzative nell’attività del centro trapianti pediatrico del Monaldi. Nell’esposto si contesta, tra l’altro, la presunta mancanza di autorizzazione sanitaria e di accreditamento per l’esercizio della cardiochirurgia pediatrica, attività che sarebbe stata svolta di fatto “in assenza di reparto dedicato” e appoggiandosi a spazi non autorizzati. I legali dei consumatori richiamano le ispezioni del Centro Nazionale Trapianti del 2023 e 2024, che avevano già evidenziato “numerose non conformità”, carenze organizzative e criticità nei percorsi assistenziali, e riportano alla luce i casi di due bambine, una di origini bulgare e una marocchina, decedute nel medesimo reparto mentre erano in attesa di un trapianto e assistite da un cuore artificiale, sollevando interrogativi sulla formazione del personale addetto alla manutenzione di quei delicati dispositivi.

L’ultimo abbraccio di Nola tra preghiera e attesa istituzionale

Mentre la macchina della giustizia continua a macinare carte e audizioni – con la prossima udienza già calendarizzata per l’11 settembre – la città di Nola e l’intera opinione pubblica si preparano a dare l’estremo saluto a Domenico. Il vescovo Francesco Marino presiederà le esequie nel Duomo, dove la salma giungerà dalle 11, e la Curia ha chiesto espressamente di “custodire il clima di preghiera” vietando l’utilizzo di telefoni cellulari, fotocamere e videocamere all’interno della cattedrale. Accanto al vescovo, sarà presente il cardinale arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, che ha sostenuto la famiglia sin dai primi momenti dell’agonia del piccolo e che gli ha impartito l’estrema unzione. Incerta, seppur caldeggiata, la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la cui eventuale partecipazione è subordinata agli impegni istituzionali. Nell’epigrafe funebre, la famiglia ha voluto ricordare il piccolo con una frase semplice e straziante: “Un angelo di due anni è volato in cielo”. Un volo che lascia dietro di sé una scia di domande, carte bollate e una verità giudiziaria ancora tutta da scrivere.

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