Quel frutto avvelenato di nome golden power
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Redazione Economia
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L’imposizione del golden power sull’offerta pubblica di Banco BPM da parte di Unicredit rappresenta l’ultimo capitolo di una vicenda che affonda le radici nel 2012, quando il governo Monti – nel tentativo di proteggere un’economia già fragile e ulteriormente indebolita dalla crisi dei debiti sovrani – introdusse norme più stringenti per l’esercizio dei poteri speciali in ambito finanziario. Quella che doveva essere una misura temporanea, nata anche per chiudere una procedura d’infrazione europea, si è trasformata nel tempo in un’arma a doppio taglio, capace di condizionare interi settori strategici.
Oggi, mentre Unicredit avanza con l’OPS su Banco BPM – registrando appena 798 adesioni nel primo giorno, una cifra irrisoria rispetto al totale delle azioni coinvolte – il golden power torna a far discutere. Il meccanismo, concepito per tutelare gli interessi nazionali, rischia di alterare gli equilibri di un mercato già in fibrillazione. Da mesi, infatti, il sistema bancario italiano è attraversato da un’ondata di operazioni senza precedenti: scalate, alleanze, contromosse. Basti pensare alla guerra per Commerzbank, dove Unicredit ha accumulato una posizione potenziale del 28%, scatenando le proteste di Berlino e dei sindacati tedeschi.
Eppure, se il risiko finanziario sembra dominare la scena, con protagonisti come Mediobanca, MPS e Generali, è proprio l’intervento pubblico a rivelarsi l’elemento più imprevedibile. Quello che doveva essere un argine contro le ingerenze estere si è tramutato in un fattore di complicazione, soprattutto quando a entrare in gioco sono logiche politiche più che economiche. Senza contare che, dietro alle cifre e alle percentuali, si nascondono spesso dinamiche lontane dalla trasparenza, come dimostrano le intricate manovre su derivati e partecipazioni indirette.




