Trump cancella il fondamento giuridico della lotta al clima: revocato l’Endangerment finding di Obama.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sala stampa della Casa Bianca, ieri, ha fatto da cornice a un annuncio che il presidente Donald Trump non ha esitato a definire, con la consueta enfasi retorica, la «più grande azione di deregolamentazione nella storia americana» -1-4. Con una firma, l’amministrazione ha infatti rimosso un pilastro portante dell’architettura normativa ambientale statunitense: la revoca dell’Endangerment finding, quella determinazione scientifica e legale adottata nel 2009 dall’amministrazione di Barack Obama che, di fatto, riconosceva l’anidride carbonica, il metano e altri quattro gas serra come inquinanti pericolosi per la salute pubblica -2-3.

L’atto formale, portato a termine dall’amministratore dell’Agenzia per la protezione ambientale (EPA), Lee Zeldin, non si limita a un mero aggiustamento burocratico; esso recide il nervo scoperto su cui si reggeva l’intera capacità federale di imporre limiti alle emissioni inquinanti. È dal 2007, anno della storica sentenza della Corte Suprema nel caso Massachusetts contro EPA, che l’agenzia ambientale possiede l’autorità — e, dopo il 2009, il dovere giuridico basato su evidenze scientifiche — di regolamentare i gas climalteranti ai sensi del Clean Air Act -3-5. Con la cancellazione di questa premessa, viene meno la stessa definizione di pericolo, e con essa decade l’obbligo, per i costruttori di auto e camion, di rispettare gli standard federali di efficienza energetica e riduzione delle emissioni: un risparmio, ha calcolato la portavoce Karoline Leavitt, di circa duemilaquattrocento dollari per veicolo prodotto -1-10.

L’auto, il carbone e il «santo graal» della deregolamentazione

L’amministrazione Trump, che già nel primo mandato aveva tentato senza successo di scalfire la robustezza giuridica dell’Endangerment finding, ha ora centrato l’obiettivo descritto dallo stesso Zeldin come il «Santo Graal dell’eccesso regolatorio federale» -4-9. Nel mirino, inizialmente, sono finite in particolar modo le normative sulle emissioni di scarico per autovetture e veicoli leggeri, norme che l’era Biden aveva reso ancor più stringenti prevedendo, entro il 2032, una penetrazione del mercato per i veicoli elettrici compresa tra il trentacinque e il cinquantasei per cento -4. Tuttavia, la portata del revirement è ben più ampia. Sebbene in questa fase l’EPA non abbia formalmente esteso l’abrogazione alle fonti fisse come le centrali elettriche a carbone o le raffinerie, l’azzeramento della base legale rende giuridicamente impugnabili — e di fatto azzerabili — anche le restrizioni imposte al settore del gas e del petrolio, a partire dai limiti alle emissioni di metano -3-7.

Trump, nel corso della cerimonia, ha definito la scelta dell’ex presidente Obama «priva di qualsiasi fondamento fattuale e legale», saldando il provvedimento a una visione più ampia che riabilita senza ambiguità il ruolo dei combustibili fossili, i quali, ha dichiarato, «hanno salvato milioni di vite e sollevato miliardi di persone dalla povertà» -8-9. Una narrazione, questa, che da un lato risponde alle istanze di un’industria carbonifera che spera di scongiurare la chiusura di impianti per una capacità complessiva di cinquantacinquemila megawatt già programmata nei prossimi anni, e dall’altro incassa il plauso di quanti, nel mondo produttivo, avevano giudicato i target di Biden irraggiungibili rispetto alla reale domanda di veicoli elettrici da parte del mercato -4.

La replica di Obama e lo spettro delle aule giudiziarie

Di segno opposto, inevitabilmente, la reazione dell’ex presidente Barack Obama, intervenuto sulla piattaforma X per ricordare come quella determinazione abbia costituito per anni l’argine legale per limitare lo scarico dei tubi di scappamento e le esalazioni dei caminetti industriali. «Senza di essa — ha scritto Obama — saremo meno sicuri, meno sani e molto meno attrezzati nella lotta al cambiamento climatico; tutto questo solo per incrementare i profitti dell’industria fossile» -1-6. L’affondo, seppur netto, si inserisce in un quadro nel quale la partita, a questo punto, si sposta quasi certamente nelle aule dei tribunali distrettuali. Diverse organizzazioni ambientaliste, tra cui il Natural Resources Defense Council e Earthjustice, hanno già preannunciato un contenzioso immediato, sostenendo che la scienza non solo non è mutata dal 2009, ma ha anzi rafforzato le evidenze del nesso causale tra emissioni antropogeniche e riscaldamento globale -4-10.

Il nodo della Corte Suprema e l’incertezza legale

L’azione della Casa Bianca, e qui sta la sua profonda discontinuità rispetto al passato, non mira a una semplice sospensione temporanea dei regolamenti; essa tenta piuttosto di ottenere una pronuncia definitiva dalla Corte Suprema, oggi a maggioranza conservatrice, che dichiari l’Endangerment finding costituzionalmente illegittimo o comunque non più applicabile -1-7. Se la strategia dell’amministrazione dovesse trovare accoglimento presso i giudici, il verdetto precluderebbe a qualsiasi futura amministrazione — anche democratica — di ripristinare il controllo federale sulle emissioni senza una nuova, e politicamente complessa, legislazione del Congresso -1.

Ma il rovescio della medaglia, per l’esecutivo, è altrettanto insidioso. Alcuni giuristi, come Robert Percival dell’Università del Maryland, avvertono che l’abolizione del finding potrebbe riesumare una miriade di cause per danno ambientale — le cosiddette public nuisance actions — che fino ad oggi erano state bloccate proprio dalla preminenza federale sancita da quella norma -4. La rimozione del tappo giuridico, paradossalmente, rischia di aprire le cateratte a un contenzioso diffuso intentato dai singoli Stati contro i grandi inquinatori, moltiplicando l’incertezza per le stesse imprese che l’amministrazione intende invece liberare da vincoli e lacci.

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