Dazi Ue auto ibride plug-in cinesi: la Germania alza la pressione su Bruxelles

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La partita delle barriere commerciali tra Unione Europea e Cina, che sembrava essersi cristallizzata sull'asse dei veicoli elettrici puri, si sta rapidamente spostando su un nuovo, caldo fronte. A sollecitare l'intervento è ora la Germania che, attraverso il partito socialdemocratico (SPD), forza la mano al cancelliere Friedrich Merz e alla Commissione Europea affinché vengano introdotti al più presto dazi aggiuntivi anche sulle auto ibride plug-in (PHEV) prodotte nel Dragone, finora rimaste al riparo dalle misure restrittive entrate in vigore nel 2024 per le BEV.

La richiesta segna un cambio di passo netto nella strategia di Berlino, storicamente cauta verso misure che potrebbero innescare ritorsioni da Pechino, ma oggi sempre più esposta alle pressioni di un'industria automobilistica nazionale in affanno, come testimoniano le drammatiche previsioni di chiusura di stabilimenti e i piani di tagli al personale annunciati dai colossi di Wolfsburg, Stoccarda e Monaco.

La falla delle Phev e la rimonta cinese

Il nodo della questione è di natura regolatoria e commerciale: mentre le auto elettriche a batteria made in China sono oggi soggette a un dazio che, tra aliquota standard e misure anti-sussidio, può arrivare fino al 45,3% del valore del veicolo, le ibride plug-in hanno continuato a godere del trattamento di favore riservato alle importazioni, con un'aliquota fissa del 10%.

Un'asimmetria che i costruttori cinesi, da BYD a SAIC (proprietaria di MG) fino a Chery, hanno saputo sfruttare con straordinaria tempestività, trasformando le PHEV nel cavallo di Troia della loro offensiva commerciale in Europa. Secondo i dati elaborati da Dataforce e citati da più fonti, nei primi sei mesi del 2026 i marchi cinesi hanno conquistato il 28,3% del mercato europeo delle ibride plug-in, con oltre 208.000 immatricolazioni.

Un dato che diventa ancora più eclatante se si guarda alla classifica dei modelli più venduti: il podio è interamente occupato da vetture cinesi, con BYD Seal U, BYD Atto 2 e Jaecoo 7 che hanno scavalcato la Volkswagen Tiguan, regina indiscussa del segmento fino al 2025, ora relegata al quarto posto.

La posizione della Germania: la SPD rompe gli indugi

La stretta sollecitata da Berlino, e in particolare dal partito socialdemocratico che siede al governo insieme ai cristiano-democratici, risponde alla necessità di chiudere quella che viene definita una "falla regolatoria".

In un documento di politica economica destinato all'approvazione interna, la SPD ha espresso chiaramente la volontà di esercitare pressioni sul Governo federale affinché utilizzi la propria influenza a Bruxelles per estendere alle PHEV il regime di dazi già in vigore per le elettriche, ritenendo che le attuali condizioni di accesso al mercato europeo non garantiscano una concorrenza leale e favoriscano pratiche distorsive sostenute dai sussidi statali di Pechino.

Questa presa di posizione, come riportato da Bloomberg, mette il cancelliere Merz in una posizione complessa, stretto tra le pressanti richieste di un comparto industriale in crisi e la consapevolezza dei rischi legati a una guerra commerciale aperta con la Cina, Paese che rimane un mercato di sbocco cruciale per le berline tedesche di lusso e, soprattutto, il fornitore primario di materie prime strategiche come le terre rare, indispensabili per la transizione ecologica dell'intero continente.

Il pressing di Volkswagen e la strategia "Made in Europe"

A spingere con maggiore determinazione sull'acceleratore è il gruppo Volkswagen, la cui dirigenza, con l'amministratore delegato Oliver Blume in prima linea, ha lanciato un appello diretto alle istituzioni europee. Durante la presentazione dei risultati semestrali, Blume ha dichiarato che "non c'è tempo da perdere" e ha chiesto che le misure sulle plug-in hybrid vengano costruite sul modello di quelle già adottate per le elettriche, con dazi aggiuntivi fino al 35% da sommare al 10% standard.

La richiesta di Blume non si limita però alla leva tariffaria, ma si inserisce in un più ampio disegno di politica industriale denominato "Made in Europe", che prevede l'introduzione di requisiti minimi di contenuto locale per i veicoli venduti sul mercato europeo, accompagnati da sostegni statali agli investimenti e incentivi per la produzione regionale.

Un piano che, per il manager, dovrebbe servire a rafforzare la filiera continentale e ridurre la dipendenza dalle importazioni cinesi, in un momento in cui il gruppo di Wolfsburg ha rivisto al ribasso le previsioni di fatturato e si trova a fronteggiare un'implosione occupazionale senza precedenti.

La risposta di Pechino e le contromisure cinesi

Se Bruxelles dovesse decidere di assecondare le richieste di Berlino, è quasi scontata una durissima reazione da parte della Cina, che già in passato aveva definito le precedenti barriere doganali sulle elettriche come misure protezionistiche inaccettabili. Da Pechino filtrano avvertimenti su possibili ritorsioni, che potrebbero colpire non solo il settore automobilistico ma anche comparti strategici dell'economia europea come l'agroalimentare o quello industriale.

Parallelamente, i colossi cinesi non restano a guardare: BYD ha già avviato la produzione nel suo nuovo stabilimento in Ungheria, che entrerà a regime nel quarto trimestre del 2026, e sta cercando un secondo sito produttivo nel sud Europa, una mossa che consentirebbe al costruttore di aggirare le barriere doganali producendo all'interno dei confini dell'Unione. La stessa BYD ha presentato a Berlino il modello Dolphin G DM-i, una plug-in hybrid progettata specificamente per il mercato europeo, con prezzi a partire da 28.990 euro, dimostrando che l'obiettivo a lungo termine dei marchi cinesi non è solo l'export, ma una radicata presenza industriale sul Vecchio Continente.

Consumatori e futuro del mercato

Il possibile innalzamento delle barriere tariffarie sulle ibride plug-in cinesi si profila come un'arma a doppio taglio. Se da un lato offrirebbe un temporaneo scudo ai costruttori europei, contribuendo a riequilibrare un mercato sempre più polarizzato, dall'altro rischierebbe di tradursi in un aumento dei prezzi per i consumatori finali, che vedrebbero ridursi la disponibilità di vetture ibride ricaricabili a prezzi competitivi.

Questa dinamica, come evidenziato da alcuni analisti, potrebbe paradossalmente rallentare il processo di transizione verso una mobilità a basse emissioni, penalizzando proprio quei consumatori che cercano un approccio graduale e meno costoso all'elettrificazione.

La decisione finale, che richiede il via libera della maggioranza degli Stati membri, è attesa nelle prossime settimane e segnerà un momento cruciale per la politica industriale e commerciale dell'intera Unione, chiamata a trovare un difficile equilibrio tra la difesa della propria manifattura e la necessità di non chiudere le porte a un mercato e a una filiera produttiva ormai globalmente interconnessi.

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