Nove giorni nel fango: il racconto dei due sopravvissuti del Tunnel Upper Trishuli 3A
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Redazione Esteri
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All'alba del decimo giorno, quando i soccorritori sono finalmente riusciti ad aprire un varco nel tunnel dell'impianto idroelettrico Upper Trishuli 3A, la luce ha illuminato due sagome emerse dal buio e dal fango. Sanjay Sah e Kabir Maharjan, i due operai intrappolati, sono comparsi letteralmente dal nulla, aggrappati l'uno all'altro e ormai incapaci di reggersi in piedi; la loro mano tesa verso i caschi dei pompieri è stata il primo segnale di una vita che aveva resistito per oltre duecento ore in condizioni proibitive.
L'evento, che secondo la ricostruzione esclusiva dell'agenzia Reuters risale al 26 agosto, è stato innescato dal collasso di un ghiacciaio che ha scaricato una massa gigantesca di acqua, terra e rottami lungo la valle del fiume Trishuli, trasformando il cantiere in una trappola di detriti compatti.
La dinamica dell'evento e le operazioni di soccorso
Il cedimento del ghiacciaio, avvenuto in una zona impervia dell'Himalaya nepalese, ha generato un flusso detritico di proporzioni tali da ostruire completamente l'accesso al tunnel dove i due uomini stavano lavorando.
Le operazioni di salvataggio, ostacolate dalla consistenza vischiosa del fango e dall'instabilità del terreno, hanno richiesto nove giorni di scavi continui; i tecnici hanno dovuto procedere centimetro per centimetro per evitare ulteriori crolli, mentre all'esterno la valle si presentava irriconoscibile, sepolta sotto uno strato di fango che ha raggiunto in alcuni punti i dieci metri di altezza.
La sopravvivenza dei due operai è stata resa possibile dalla presenza di una sacca d'aria formatasi accidentalmente all'interno di una sezione del tunnel, un vuoto di pochi metri cubi che ha fornito l'ossigeno necessario e ha permesso ai due uomini di raccogliere l'acqua di stillicidio dalle pareti rocciose, un dettaglio che trasforma un incidente ordinario in una vicenda dalla portata eccezionale.
La risposta del governo nepalese e la richiesta di risarcimento
Mentre i soccorsi si concludevano con il lieto fine per Sah e Maharjan, il governo di Kathmandu ha ufficialmente dichiarato chiusa la fase di emergenza per avviare una complessa operazione di conteggio dei danni.
Il ministro delle Finanze, durante una conferenza stampa convocata nella capitale, ha annunciato una richiesta formale di 20 milioni di dollari che non viene più definita come "aiuto umanitario" ma come "risarcimento climatico", un cambio di passo lessicale che riflette la volontà di attribuire le responsabilità economiche della catastrofe all'impatto del riscaldamento globale sui ghiacciai himalayani.
La piattaforma glaciale, indebolita dall'innalzamento delle temperature, ha infatti accelerato i processi di erosione e ha compromesso la stabilità del permafrost, quella roccia ghiacciata che funge da collante naturale per i versanti montani, rendendo sempre più frequenti eventi come quello del 26 agosto che ha spazzato via ponti, strade e interi villaggi lungo il corso del Trishuli.
La diffusione di disinformazione sui social media
Nel frattempo, il flusso di notizie relative al disastro è stato contaminato da una serie di video falsi che hanno invaso i social network, generando confusione sull'entità reale dell'esondazione. Un account Instagram, noto per pubblicare regolarmente contenuti generati con l'intelligenza artificiale, aveva diffuso un filmato virale accompagnato dalla didascalia che specificava trattarsi della "simulazione di un'alluvione catastrofica"; nonostante questa precisazione, le immagini sono state riprese da migliaia di utenti come prova dell'apocalisse nepalese.
L'analisi dei fotogrammi ha rivelato dettagli inequivocabili come la definizione approssimativa delle figure umane e i movimenti innaturali dei corpi, elementi che hanno permesso agli esperti di smascherare la natura artefatta del contenuto, il quale però aveva già raggiunto una diffusione tale da alimentare polemiche e fraintendimenti nelle prime ore successive al collasso del ghiacciaio.
Il ruolo dei volontari e le difficoltà operative
I volontari di organizzazioni come la Fondazione Irma Romagnoli, partiti da Katmandu non appena le comunicazioni hanno iniziato a funzionare a intermittenza, hanno descritto un paesaggio di fango e macerie dove ogni tentativo di rimozione dei detriti procede con lentezza a causa della scarsità di mezzi pesanti e della difficoltà di raggiungere le aree più isolate.
I racconti raccolti direttamente sul campo parlano di intere comunità ancora sommerse, con le operazioni di pulizia che si svolgono manualmente, palata dopo palata, mentre la popolazione locale cerca di recuperare quanto rimasto delle proprie abitazioni.
L'impegno dei soccorritori si concentra ora sulla messa in sicurezza dei percorsi viari, interrotti in numerosi tratti, per garantire il passaggio dei rifornimenti essenziali, ma ogni avanzamento viene costantemente minacciato dal rischio di nuove frane, dato il perdurare di condizioni meteorologiche instabili che mantengono alta la soglia di allerta su tutto il versante himalayano centrale.
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