Crepet e Sinner, la provocazione: "Altro che alieno, è come tuo figlio"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Basta con l'idea che Jannik Sinner sia un marziano, un predestinato caduto sulla terra con il talento già confezionato. Il sociologo e psichiatra Paolo Crepet ha scelto il campione altoatesino, fresco della sua ennesima impresa tennistica, per scagliare una provocazione che va dritta al cuore dell'educazione contemporanea: Sinner non è un alieno, ha spiegato nel corso della sua partecipazione al podcast "Qualcosa di personale" per Repubblica, ma un ragazzo come tanti altri, e questo è proprio il punto dolente.
Perché, se lo ammiriamo scompostamente dal divano, chiedendoci come abbia fatto a raggiungere quei traguardi, dovremmo allora interrogarci sul perché i nostri figli, a casa, non vengano educati a percorrere quella stessa strada fatta di fatica, cadute e ripartenze.
L'iperprotezione e il paradosso del divano
Il ragionamento di Crepet, esposto anche in occasione della promozione del suo libro "Riprendersi l'anima", si articola attorno a un paradosso che, a suo dire, fotografa la schizofrenia educativa dei giorni nostri. Da un lato, milioni di persone rimangono incollate allo schermo per ammirare le prodezze di Sinner e del rivale Carlos Alcaraz, due giovani che rappresentano l'essenza del sacrificio, della disciplina e della capacità di gestire la pressione. Dall'altro, "sbracati sul divano", gli stessi adulti applicano ai propri figli una logica diametralmente opposta.
La sua domanda, retorica e volutamente ironica, è diventata un manifesto: "Possibile che sbracati sul divano ammiriamo Sinner e Alcaraz, che sanno cosa sono fatica e impegno, e poi ai nostri figli puliamo il nasino a 10 anni come a 20?". La critica si fa più aspra quando lo psichiatra descrive genitori che, presi dall'ansia e dalla mancanza di fiducia, si trasformano in controllori ossessivi, arrivando a prelevare i ragazzi a scuola come fossero "pacchi Amazon" e a risolvere loro ogni minimo problema.
La sconfitta come strumento di crescita
Ma cosa rende Sinner un modello se non il semplice fatto di vincere? Secondo Crepet, la vera lezione che il tennista offre, e che molti genitori sembrano aver dimenticato, è quella che arriva dalla sconfitta. In un'altra riflessione, lo psichiatra ha sottolineato come la maturità di Sinner sia cresciuta proprio nei momenti in cui ha dovuto fare i conti con le batoste, come quelle inflittegli da Alcaraz. "Ha capito cos'è perdere!", ha affermato, attribuendo a questa consapevolezza una crescita non solo fisica ma mentale.
L'analisi si trasforma in un monito verso quei genitori che vogliono "sempre che il figlio sia il migliore e lo costringono a essere diverso da quello che è", privandolo della possibilità di misurarsi con l'errore e con la frustrazione. Crescere fragili, secondo il sociologo, è il risultato diretto di questa anestesia emotiva; a forza di "soffiargli il nasetto" anche a 20 anni, si preparano i ragazzi a non saper reagire agli inevitabili colpi della vita.
Il rischio della delega digitale e della comodità
Il discorso di Crepet si allarga poi a comprendere il contesto sociale più ampio, quello di una generazione cresciuta tra smartphone e algoritmi, che rischia di delegare il proprio pensiero alla tecnologia. La sua visione è critica nei confronti di un'iperconnessione che porta all'isolamento e a quella che lui definisce "morte cerebrale", causata dall'aver preferito tenere i bambini in camera davanti a uno schermo piuttosto che lasciarli giocare e, perché no, perdersi in un bosco. La soluzione, nelle sue provocazioni, passa per un ritorno all'autonomia e alla fatica vera.
Come ha dichiarato in altre interviste, la sua proposta di vietare il cibo a domicilio per chi ha meno di 35 anni non è una misura pratica, ma un simbolo per combattere una comodità che rende immobili. Ai ragazzi, secondo lo psichiatra, vanno offerti esempi di "rivoluzionari", di giovani che "osano, sfidano le onde da velisti, vanno a cercarsi un lavoro in Antartide", e non certo l'immagine di un adulto che risolve loro ogni problema o che li va a prendere a scuola in macchina.
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