Due anni senza Navalny, tra fiori sulla tomba a Mosca e nuove rivelazioni sull'avvelenamento
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Redazione Esteri
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C'è un monticello colorato, nel cimitero Borisovskoe alla periferia sudest di Mosca, che spicca tra i cumuli di neve bianca i quali ricoprono invece le altre sepolture. Sono mazzi di rose, soprattutto, ma anche foto, ritratti, ceri accesi e perfino quelle papere di gomma che erano diventate, durante le passate proteste, una icona ironica e irriverente della mobilitazione. E ancora, decine di biglietti: alcuni riportano vecchi slogan come “La Russia sarà libera”, altri sono messaggi più intimi, epigrafici, che vanno dal “Ci manchi tantissimo” a un più secco “Non sarai mai dimenticato”. È il segno, tangibile e silenzioso, che a due anni dalla morte di Aleksei Navalny – avvenuta il 16 febbraio del 2024 in una remota colonia penale oltre il Circolo polare artico – la sua memoria non è stata sepolta. Decine di persone, tra cui la madre Lyudmila e Alla Abrosimova, la madre della vedova Yulia, si sono radunate davanti alla tomba per un omaggio che ha visto la partecipazione anche di diplomatici europei, compreso un rappresentante dell'ambasciata italiana. Commemorazioni analoghe, per quanto più contenute e sorvegliate, sarebbero avvenute anche a San Pietroburgo e Novosibirsk, dove alcuni cittadini hanno deposto fiori sui memoriali dedicati alle vittime della repressione politica -4-7.
La responsabilità del Cremlino secondo l'Unione europea
Mentre a Mosca i fiori cercavano di resistere al gelo, da Bruxelles è arrivata una presa di posizione netta e senza ambiguità. L'alta rappresentante per la politica estera dell'Ue, Kaja Kallas, ha riacceso i riflettori sulle responsabilità politiche di quella morte. “Il regime russo non si limita a bombardare l'Ucraina, ma continua anche a mettere a tacere gli oppositori in patria”, ha dichiarato Kallas, sottolineando come due anni fa Navalny sia morto in un campo di prigionia russo, avvelenato con una tossina letale. L'accusa è diretta: il Cremlino ne è pienamente responsabile, e l'uccisione degli oppositori politici, secondo l'alto rappresentante Ue, “fa parte del Dna del regime”. Una frase, quella di Kallas, che assume una profondità particolare laddove definisce quell'atto non come una prova di forza, ma come una ammissione di paura. L'Unione, d'altronde, aveva già sanzionato i responsabili dell'avvelenamento, dell'arresto arbitrario e della condanna definita “fittizia” di Navalny, e ha ribadito l'intenzione di continuare a utilizzare il regime di sanzioni in materia di diritti umani -3-6.
Le nuove prove sull'uso dell'epibatidina
A gettare benzina sul fuoco di una verità che le autorità russe tentano di eludere, ci hanno pensato nei giorni scorsi cinque governi europei. Germania, Francia, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi hanno condotto una indagine congiunta basata su fonti di intelligence multiple, arrivando a una conclusione precisa: Navalny fu ucciso con l'epibatidina, una sostanza altamente tossica che è di fatto una neurotossina, considerata un'arma chimica secondo la legislazione internazionale. La scoperta, resa possibile anche dal coraggio di amici e collaboratori dell'oppositore che dentro la Russia hanno rischiato in prima persona per preservare campioni biologici e metterli al sicuro prima della sepoltura, dimostra che i tentativi di occultamento sono falliti. “Solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e l'opportunità per usare quel veleno”, è la tesi dei cinque paesi, i quali hanno annunciato l'intenzione di portare il caso all'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche -2-5-6. Una mossa che sposta il piano da quello prettamente giudiziario interno a quello del diritto internazionale, considerato che la produzione e l'uso di tali tossine sono proibiti dalla Convenzione sulle armi chimiche, trattato vincolante per la Russia.
La repressione sistematica contro i collaboratori di Navalny
La macchina repressiva, intanto, non si è fermata. Anzi, come denuncia Amnesty International nelle parole della sua segretaria generale Agnès Callamard, “la stessa determinazione che ha permesso di far emergere la verità spiega perché le autorità russe continuino la loro repressione”. Il tentativo è quello di distruggere il movimento creato da Aleksei Navalny, criminalizzando la sua Fondazione anticorruzione (FBK) e perseguendo chiunque gli sia stato vicino. Nell'ultimo anno, gli avvocati dello stesso Navalny – Aleksei Liptser, Vadim Kobzev e Igor Sergunin – insieme a quattro collaboratori, professionisti dei media come Antonina Favorskaya, Sergei Karelin, Konstantin Gabov e Artyom Kriger, sono stati condannati a lunghe pene detentive. Il capo di imputazione, nella maggior parte dei casi, è quello di aver finanziato o collaborato con una organizzazione “estremista” e, dopo una recente e ulteriore designazione da parte della Corte Suprema russa, addirittura “terroristica”. Una deriva che rischia di esporre i sostenitori a pene fino all'ergastolo -2-5.
La portata del fenomeno è impressionante: solo nel 2025, i tribunali russi hanno aperto almeno 79 procedimenti penali legati a donazioni alla FBK, spesso per importi irrisori che andavano dai 100 ai 14.000 rubli. Un’escalation rispetto ai 27 casi del 2024, ai quattro del 2023 e ai due del 2022. Numeri che, se da un lato testimoniano la ferocia della stretta, dall'altro rivelano l'ossessione di un sistema che, nel tentativo di sradicare ogni minima forma di dissenso, finisce per ammettere quanto quel seme, nonostante tutto, continui a germogliare -5-9.




