Travaglio e il tifo contro la Nazionale, Renzi: "Fiero di non essere come lui"
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Redazione Sport
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Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, ha scatenato un acceso dibattito sui social dopo alcune dichiarazioni rilasciate nel corso del podcast "Fuori di Cabello", condotto da Victoria Cabello. L'occasione, un'intervista che si annunciava come un racconto a tutto tondo della sua carriera e delle sue passioni, è diventata il palcoscenico per un'affermazione che ha diviso l'opinione pubblica, riecheggiando posizioni già espresse in passato dal giornalista ma che oggi hanno trovato una cassa di risonanza ben più ampia.
A far discutere, in particolare, è stato il suo rapporto con il tifo sportivo, con dichiarazioni che hanno toccato sia la Nazionale di calcio che il tennista numero uno al mondo Jannik Sinner, suscitando reazioni che hanno travalicato i confini del semplice dibattito sportivo per assumere i toni di uno scontro politico e ideologico.
Il "godo" per il Mondiale mancato e l'antipatia per la retorica patriottica
Il cuore della polemica risiede nelle parole con cui Travaglio ha descritto il suo rapporto con la Nazionale italiana. Il giornalista, che ha confessato di essere stato un appassionato della Juventus fino al 1995, quando l'arrivo di Luciano Moggi ne avrebbe spento l'entusiasmo, ha spiegato di provare un sentimento diametralmente opposto quando a scendere in campo è la rappresentativa azzurra.
"Quando gioca la Nazionale di solito tifo contro", ha dichiarato, motivando la sua posizione con un netto rigetto per quella che definisce una "retorica finto patriottica" e per la "fuffa" che accompagna le vittorie sportive. Le sue parole sono apparse ancora più nette e taglienti quando ha commentato le recenti eliminazioni italiane dalla Coppa del Mondo, ammettendo senza mezzi termini: "Non sai quanto ho goduto per la terza eliminazione consecutiva dal Mondiale".
La predilezione per Alcaraz e il giudizio su Sinner
La critica di Travaglio non si è limitata al calcio, ma si è estesa anche al tennis, un altro sport che rappresenta un importante veicolo di orgoglio nazionale. Alla domanda se tifasse per Jannik Sinner, il direttore del Fatto ha risposto negativamente, spiegando di non apprezzare lo stile di gioco del campione altoatesino. "Sinner non mi piace, non mi diverte", ha affermato Travaglio, definendone il gioco "monotono" e contrapponendovi la maggiore vivacità del suo rivale spagnolo, Carlos Alcaraz, per il quale ha dichiarato di fare il tifo.
Una scelta che ha paragonato a quella dei suoi anni giovanili, quando preferiva il carismatico Jimmy Connors al glaciale Bjorn Borg.
La dura replica di Matteo Renzi: un attacco all'uomo e al suo "stile"
A raccogliere il guanto di sfida lanciato da Travaglio è stato il senatore Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che ha utilizzato i propri profili social per una replica durissima e personale. Renzi ha attaccato frontalmente il giornalista, definendolo "anima del giustizialismo italiano" e accusandolo di provare piacere di fronte alle sconfitte del proprio Paese. "Marco Travaglio ammette di aver 'goduto' quando l’Italia non si è qualificata per la terza volta ai mondiali. Cioè lui gode quando il suo Paese perde.
Tutto si tiene, tutto si spiega", ha scritto Renzi, allargando poi il tiro a una critica più generale sulla figura di Travaglio. Il leader di Italia Viva ha parlato di un individuo "caratterizzato dall'odio per gli altri" e contrapposto al suo cinismo la gioia di chi si appassiona a "cose belle", concludendo con una frase che suona come un marchio indelebile: "Si può nascere Marco Travaglio. Sono fiero e orgoglioso di non essere come lui".
Un'eco che viene da lontano
Le dichiarazioni di Travaglio, per quanto provocatorie, non rappresentano una novità assoluta. Il giornalista aveva già espresso posizioni simili in passato, come nel 2012, quando durante gli Europei di calcio dichiarò di tifare per la Germania e di sperare in una pronta eliminazione dell'Italia, o ancora nel 2013, quando motivò il suo "no" alla Nazionale con l'antipatia per il ct di allora, Marcello Lippi.
L'uscita nel podcast di Cabello, tuttavia, ha avuto l'effetto di riaccendere i riflettori su un personaggio che, da sempre, gioca la carta della provocazione come tratto distintivo del suo stile giornalistico, attirando su di sé critiche che, questa volta, hanno trovato una inusuale compattezza nel mondo dello sport e non solo.
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