Il declino tecnico di Keir Starmer: da stability boy a fattore di rischio
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Redazione Esteri
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Quando, poco più di un anno fa, sir Keir Starmer varcò la soglia del numero 10 di Downing Street, l’establishment politico e gran parte dei media accolsero l’evento con un sospiro di sollievo quasi palpabile. Dopo il “casino” (il termine non è tecnico ma calza a pennello) dell’era di Boris Johnson e la débâcle lampo di Liz Truss, l’ex avvocato per i diritti umani veniva celebrato come l’incarnazione del pragmatismo, quell’antibiotico ideale per curare le infezioni populiste che avevano devastato il Regno Unito post-brexit. La sua sinistra “addomesticata”, lontana anni luce dal pasionario Jeremy Corbyn, rappresentava la sintesi perfetta per un elettorato moderato, stanco di quattordici anni di domino conservatore. Eppure, a distanza di soli dodici mesi, la facciata del premier solido e rassicurante si è crepata rivelando una fragilità strutturale che nemmeno i suoi più accaniti sostenitori potevano immaginare.
Le crepe nel mito della stabilità
I dati macroeconomici, quelli che solitamente sorreggono il consenso di un leader “manageriale”, offrono oggi una parziale ancora di salvezza. L’Office for National Statistics (ONS) ha certificato una crescita del PIL dello 0,6% nel primo trimestre del 2026 -3-8; una boccata d’ossigeno, se si considera il contesto internazionale segnato dalle prime scosse di assestamento dovute alle tensioni in Medio Oriente (con gli attacchi coordinati di USA e Israele all’Iran che hanno rischiato di far deragliare le fragili economie occidentali). Tuttavia, questo dato, per quanto superiore alle attese più catastrofiche, non è bastato a tappare le falle politiche che stanno affondando la leadership di Starmer. La vera pietra di paragone, quella che ha innescato la crisi attuale, è il risultato disastroso delle amministrative dello scorso 7 maggio. La débâcle non è stata una semplice batosta elettorale: nei distretti operai del centro e del nord Inghilterra – storicamente il cuore pulsante del labourismo – il consenso è collassato, spazzato via dall’avanzata inarrestabile della destra populista di Nigel Farage. I laburisti hanno perso il controllo di roccaforti storiche, incluso il Galles, un dominio che sembrava inespugnabile da un secolo.
La rivolta interna e lo spettro di Palazzo
La pressione, a questo punto, non è più solo esterna. Nei corridoi di Westminster si respira un’aria che i veterani definiscono “da macelleria”, quella che precede le grandi resa dei conti. La prova più tangibile del naufragio di Starmer è rappresentata dalle dimissioni in massa di diversi membri del suo governo. Non si tratta di pesi massimi del gabinetto, ma di sottosegretari e parlamentari di medio rango che, come Alex Davies-Jones (giustizia) e Jess Phillips (sicurezza), hanno scelto di forzare la mano, invocando pubblicamente un “calendario per l’uscita di scena” del premier. L’immagine è quella di un equipaggio che abbandona la nave non perché affondi subito, ma perché il capitano ha perso la bussola. Secondo le fonti, quasi un centinaio di deputati laburisti avrebbero firmato appelli informali affinché l’ex avvocato si faccia da parte. La conta dei traditori (o dei realisti, a seconda del punto di vista) è complessa: il regolamento del partito prevede che per innescare una sfida formale serva l’appoggio di almeno il 20% dei parlamentari, ovvero circa 80 nomi. Una soglia che la ribellione ha sfiorato, senza però superarla del tutto, tenendo il premier in una sorta di equilibrio instabile simile a quello di un condannato con la corda al collo ma nessuno che tira ancora la leva.
Le ragioni del crollo e la resilienza a oltranza
Dall’altra parte della barricata, i fedelissimi di Starmer tentano una strenua resistenza, avvertendo che gettare a mare un altro premier affosserebbe definitivamente l’idea stessa di governabilità britannica. L’argomento è sottile ma persuasivo: il Regno Unito, ricorda il vicepremier David Lammy, ha già avuto cinque primi ministri in meno di un decennio; innescare una sesta successione in soli due anni sarebbe l’equivalente politico di un terremoto, consegnando il Paese a una spirale di caos identico a quella che decimò i Tory sotto Johnson e Truss. Tuttavia, la pazienza dei critici è agli sgoccioli. Non si tratta solo delle amministrative: il malcontento cova sotterraneo da mesi, alimentato da scelte controverse come la nomina di Peter Mandelson a Washington, un diplomatico il cui nome è rimasto collegato (seppur indirettamente) allo scandalo Epstein, e da una percezione diffusa di “frenata” sul fronte delle riforme promesse. Sir Keir insiste, pubblicamente, di non volersi dimettere: “Non getterò il paese nel caos”, ripete come un mantra, rivendicando il mandato quinquennale ricevuto dagli elettori nel 2024. Per lui, la priorità è dimostrare che i detrattori interni hanno torto. Ma in politica, come nei tribunali in cui ha costruito la sua carriera, non bastano le buone intenzioni: servono i fatti, e in questo momento i fatti gli girano contro.
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