Venezuela, Mario Burlò: "Prigione era come campo di concentramento, sembrava Guantanamo"
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Redazione Interno
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A poche ore dall’atterraggio in Italia, dopo oltre quattordici mesi di detenzione in Venezuela, Mario Burlò descrive a LaPresse una realtà carceraria che definisce, senza mezzi termini, assimilabile a un campo di concentramento. L’imprenditore, liberato insieme al connazionale Alberto Trentini senza che a nessuno dei due fosse mai stata formalmente presentata un’accusa specifica, dipinge un quadro di privazioni e di umiliazioni, sottolineando come i detenuti fossero costretti a uscire dalle celle con la maschera e le manette, in una procedura che, a suo dire, “sembrava Guantanamo”. Le sue parole, scandite nella colloquiale intervista rilasciata a Roma, restituiscono il peso di un’esperienza che ha superato i quattrocento giorni, durante i quali l’incertezza giuridica si è intrecciata alla durezza delle condizioni materiali.
La solidarietà nella detenzione e il rientro a casa
Burlò, che ha condiviso la cella con Trentini, parla del rapporto nato in quella situazione estrema, definendolo buonissimo e fondato su una solidarietà necessaria tra sequestrati. “Lì avevamo tutti un buon rapporto”, ha spiegato, “perché eravamo solidali tra sequestrati”. Questo legame, stretto nella forzata convivenza di un luogo che i due italiani evitavano di chiamare carcere, preferendo l’amara analogia con un campo di concentramento, ha costituito un punto di riferimento in un periodo segnato dalla paura, come l’imprenditore ha ammesso in un’altra occasione, temendo per la propria vita. Il ritorno in Italia, celebrato con una cena in un ristorante del centro di Roma, è stato quindi un momento di emozioni fortissime, dominate dalla gioia di riabbracciare i figli e di ritrovare la libertà, dopo aver vissuto in condizioni che ha descritto come terrificanti.
La macchina diplomatica dietro la liberazione
La vicenda del rilascio, che ha visto coinvolti a vario livello gli apparati dello Stato italiano, è stata gestita all’insegna della discrezione, definita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani come il cuore stesso dell’azione diplomatica. In un’informativa al Senato, Tajani ha ricostruito i passaggi finali dell’operazione, ricordando la telefonata avuta con il ministro degli Esteri venezuelano, la domenica sera precedente la liberazione, e il successivo immediato contatto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni per condividere l’esito positivo. L’approccio, improntato alla riservatezza e alla massima condivisione tra le istituzioni, ha permesso di affrontare quello che Tajani ha descritto non solo come un affare politico, ma come una questione umana che coinvolgeva direttamente le sofferenze delle famiglie.
Le reazioni delle famiglie e il percorso giudiziario




