Alberto Trentini è libero, con lui anche Mario Burlò: dalla prigione venezuelana il volo verso casa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattrocentoventitré giorni di attesa, un numero che da solo racchiude l’angoscia di una famiglia e l’opacità di una detenzione senza accuse formalizzate, si sono dissolti con una telefonata. Alberto Trentini, il cooperante umanitario di 46 anni originario del Lido di Venezia, è di nuovo un uomo libero. La sua prigionia in Venezuela, iniziata nel novembre del 2024 mentre collaborava con l’organizzazione francese Humanity & Inclusion, si è conclusa insieme a quella di un altro italiano, Mario Burlò, imprenditore nel settore dell’outsourcing detenuto da ben quattordici mesi. Per le loro figlie, per i loro cari, l’incubo è finito all’alba di una giornata che non sembrava mai arrivare, coronata dalle campane a festa della chiesa di Sant’Antonio al Lido, come promesso dal parroco, e dalle tapparelle della casa familiare finalmente tutte alzate dopo oltre un anno di penombra.

Un doppio caso, un'unica sofferenza

Le due storie, seppur distinte per professionalità e circostanze, si sono intrecciate nella medesima, logorante attesa. Trentini, esperto di cooperazione internazionale con un passato in realtà come Save the Children e Medici Senza Frontiere, era trattenuto senza che alcuna imputazione gli fosse mai stata notificata. Burlò, la cui vicenda giudiziaria resta avvolta nelle complesse dinamiche di un Paese “problematico e attraversato da altissime conflittualità”, secondo quanto riportato dalla figlia Gianna, ha vissuto quattordici mesi di terrore per i familiari, scanditi dalle chiamate all’avvocato Maurizio Basile del Foro di Torino nella speranza di tenere viva l’attenzione sul caso. La liberazione di entrambi, un atto la cui esatta genesi resta da chiarire nei dettagli operativi, ha prodotto un sollievo che va ben al di là delle mura domestiche, toccando l’intera macchina diplomatica italiana.

La macchina diplomatica e il volo di Stato

Alla Farnesina la soddisfazione, in queste ore, è palpabile. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha informato personalmente la premier Giorgia Meloni non appena ha ricevuto la conferma che i due connazionali, scortati da rappresentanti del nuovo governo guidato da Delcy Rodríguez, avevano varcato i cancelli dell’ambasciata italiana a Caracas. Un passaggio cruciale, quello dall’istituto di pena del Rodeo 1 alla sede diplomatica, che ha immediatamente attivato la fase successiva del rimpatrio. È già partito, infatti, da Ciampino l’aereo di Stato inviato a recuperarli, a sigillare materialmente la fine di una vicenda che ha tenuto col fiato sospeso non solo le città di origine degli uomini, ma l’intero Paese.

La gioia e le domande che restano

Se a Venezia il sindaco Luigi Brugnaro e l’assessore regionale alla Sicurezza, Elisabetta Stefani, parlano di “giornata di gioia” e di un atteso ritorno a casa, nel quartiere del Lido la felicità si mescola a un legittimo desiderio di chiarezza. La liberazione, definita dal parroco don Renato Mazzuia un “bellissimo risveglio” che ha sollevato tutti da “un peso enorme”, non cancella d’un tratto le domande su quei lunghi mesi di detenzione. La comunità del Lido, che ha vissuto in diretta l’ansia della famiglia Trentini, accoglie la “splendida notizia” ma rivendica, ora, il diritto a conoscere la verità sull’accaduto, su quali siano state le reali motivazioni che hanno portato alla privazione della libertà di un cooperante. Resta, in attesa del loro sbarco in Italia, la consapevolezza che per due famiglie la vita, finalmente, può riprendere il suo corso.

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