Il verdetto di Melbourne: sorpassi in serie e l’ombra del motore che si spegne

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’esordio del nuovo regitamento tecnico, quello che avrebbe dovuto proiettare la Formula 1 in una dimensione ibrida più sostenibile e spettacolare, ha lasciato sul tracciato di Albert Park più interrogativi che certezze. La doppietta firmata da George Russell e Andrea Kimi Antonelli, con la Mercedes a svettare davanti a tutti, è stato solo il dato più superficiale di un fine settimana che ha mostrato una categoria in piena crisi d’identità. Già dalle prove di qualifica, infatti, era emerso un quadro surreale: piloti costretti a sollevare il piede sui rettilinei, non per un errore o per un guasto, ma per gestire l’esaurimento delle batterie, con vetture che rallentavano in modo preoccupante nei tratti dove la velocità dovrebbe essere massima. È lo scenario che qualcuno, non troppo velatamente, ha già iniziato a definire come quello di un “dejà-vu” degli albori dell’era ibrida, quando la gestione divenne più importante della guida.

Se il numero finale dei sorpassi, ben 130 secondo alcune rilevazioni, può far pensare a uno spettacolo incrementato, la sostanza di quei sorpassi ne ha rivelato la natura ingannevole. La maggior parte di essi, come emerso con chiarezza dal duello al vertice tra lo stesso Russell e Charles Leclerc, non è avvenuta per una superiore abilità nel portare la vettura al limite in staccata, ma per un gioco al risparmio energetico. I piloti si sono letteralmente scambiati la posizione più volte in pochi giri, in una sequenza che Leclerc, con amara ironia, ha paragonato all’effetto di un "mushroom" di Mario Kart, dove l’energia extra a disposizione di chi segue rende l’attacco quasi automatico e la difesa vana. La lotta, in sostanza, non è più tra chi frena più tardi, ma tra chi ha ancora qualche decimale di potenza nella batteria. L’illusione della battaglia, insomma, ha preso il posto della battaglia reale.

A rendere il quadro ancora più complesso, e per certi versi allarmante per la sicurezza, ci ha pensato la procedura di partenza. L’eliminazione del componente noto come MGU-H, che aiutava il motore termico a rispondere prontamente all’acceleratore, ha trasformato lo start in un momento di alta tensione. La nuova sequenza, con una pausa supplementare di cinque secondi prima dello spegnimento dei semafori, non ha evitato il caos. La partenza di Melbourne ha visto Liam Lawson praticamente fermo sulla griglia, con la Racing Bulls che è partita lentissima, innescando una situazione di pericolo scampata solo per il riflesso di Franco Colapinto, capace di evitare un tamponamento a catena. È il rischio concreto di una F1 in cui l’energia elettrica non è ancora disponibile a bassa velocità, costringendo i piloti a gestire pattinamenti e ritardi di erogazione che poco hanno a che vedere con la pura potenza.

Nel paddock australiano, le voci dei protagonisti hanno dipinto un affresco di profondo malessere. Lando Norris ha lanciato un avvertimento chiaro sul pericolo di incidenti gravi, viste le differenze di velocità che si vengono a creare in pista tra chi ha energia e chi è in fase di ricarica forzata. Pierre Gasly, decimo al traguardo, ha parlato di "situazioni senza precedenti", spiegando come le decisioni sulla gestione energetica stiano diventando più importanti della guida stessa. Dall’altra parte del muretto, la disperazione tecnica ha toccato il suo apice in Aston Martin. Il progetto dei sogni, costruito attorno ad Adrian Newey e al ritorno a Honda, si è trasformato in un incubo: le vibrazioni del motore giapponese, tanto violente da danneggiare le batterie e i componenti circostanti, hanno costretto Fernando Alonso al ritiro dopo appena quindici giri, con Lance Stroll addirittura doppiato e irrilevante. Una debacle che ha riportato alla mente i fantasmi della precedente collaborazione tra lo spagnolo e la casa giapponese ai tempi della McLaren

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