Virzì e il tempo sospeso di un uomo in bilico

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ogni tanto, per fortuna, il cinema italiano ritrova la sua voce più autentica, scavando nelle pieghe dell'animo umano con una sincerità che raramente si incontra. Dopo una serie di produzioni che hanno proposto ambienti fasulli e psicologie costruite con eccessiva rigidità, arriva "5 secondi", pellicola nella quale i personaggi acquisiscono una vita propria, tanto da sembrare di poter uscire dallo schermo per comunicare, a volte gridando e altre sussurrando, le loro verità più intime. La verità che Valerio Mastandrea, con il suo Corpo, il suo sguardo e una voce carica di storia, continua a ribadire senza sosta non è una novità assoluta ma possiede un carattere eterno, trattando temi universali come il senso di colpa, la sofferenza profonda e il faticoso cammino verso una qualche forma di accettazione.

Il crollo di un mondo in un attimo

Cosa rappresentano infatti cinque secondi, un lasso di tempo così infinitesimale da sfuggire quasi alla percezione? Eppure, la cognizione del tempo è un'esperienza soggettiva che può passare attraverso sensazioni diametralmente opposte, come spiega il protagonista del nuovo film di Paolo Virzì. Per Adriano Sereni, un cinquantenne che un tempo era un avvocato di successo, quei cinque secondi sono stati «tanti, tantissimi, troppi», perché in quel brevissimo intervallo il suo intero mondo gli è crollato addosso, segnando un prima e un dopo nella sua esistenza. Presentato in anteprima alla ventesima Festa del Cinema di Roma, "Cinque Secondi" segna il ritorno del regista a poco più di un anno da "Un altro Ferragosto", proponendo una narrazione che contamina il racconto di un dolore strettamente privato con quello di una possibile rinascita, la quale, come spesso accade nella vita reale, avviene solamente grazie al contatto autentico con l'altro.

La sofferenza e la leggerezza dell'essere

Il film mette in scena una sofferenza che non scivola mai nel patetico o nello scontato, riuscendo invece, attraverso una scrittura narrativa capace di accordare la leggerezza tipica dell'essere umano alla sua più ombrosa inquietudine, a restituire un'opera che sceglie di lasciare da parte la disperazione più cupa. Il messaggio di speranza, che si espande ben oltre i confini della vicenda personale di Adriano, interpretato da un Mastandrea in stato di grazia, abbraccia una dimensione più ampia e collettiva. Si tratta di un film dolente, a tratti persino cupo, ma non privo di quella speranza umana che nasce dalle macerie, in cui Virzì abbandona nuovamente i toni della commedia per avventurarsi nella storia drammatica di un uomo con un rapporto irrisolto, e forse irrimediabilmente compromesso, con la propria paternità.

Il volto di una rinascita possibile

Il protagonista è un uomo dall'aria perennemente stropicciata, che «puzzicchia» e vive in una condizione di solitudine estrema, avendo eletto a sua dimora le stalle di Villa Guelfi, una vecchia residenza disabitata e in rovina. È in questo scenario di decadenza fisica e morale che prende forma la possibilità di una redenzione, la quale, come il film sottolinea senza didascalismi, non può essere un percorso solitario. La forza della pellicola risiede proprio in questa rappresentazione, dove la contaminazione tra il dramma personale e la leggerezza dell'incontro diventa il motore di una trasformazione che, pur non negando il peso della colpa, indica una strada percorribile.

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