La guerra di Trump contro l'Iran brucia un miliardo al giorno tra droni e radar distrutti
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Redazione Esteri
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Il conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran, voluto e ordinato dal presidente Donald Trump, si sta rivelando una voragine economica senza precedenti per le casse del Pentagono, con stime che nelle prime ventiquattr’ore di ostilità parlano di un costo vicino ai 779 milioni di dollari. Una cifra, questa, che rappresenta appena lo 0,1 per cento dell’intero budget della difesa americano per il 2026, ma che fotografa solamente l’inizio di quella che si preannuncia come una campagna militare dagli esborsi colossali. A gravare sul bilancio, infatti, non sono soltanto le operazioni di attacco – con i cacciabombardieri F-35, i droni MQ-9 Reaper e i missili Tomahawk, il cui singolo lancio comporta una spesa enorme – ma anche, e soprattutto, la necessità di difendere decine di basi e migliaia di soldati disseminati in un’area geografica vastissima come il Medio Oriente.
Secondo una dettagliata analisi condotta dall’agenzia Anadolu e ripresa da più fonti internazionali, l’impiego massiccio di mezzi nelle prime ore ha visto schierarsi due portaerei, decine di navi da guerra e un numero imprecisato di velivoli stealth, il cui costo orario di volo, se sommato alla manutenzione e alle munizioni, raggiunge rapidamente cifre a nove zeri. E se l’offensiva ha un prezzo altissimo, altrettanto salato, se non di più, è il conto che sta arrivando dalla risposta iraniana, la quale, lungi dall’essere un semplice fastidio, si sta rivelando capace di intaccare in modo strutturale l’apparato difensivo e di comunicazione americano nella regione.
Un miliardo di dollari in fumo: i danni ai sistemi radar e satellitari
Non si contano, infatti, solo le spese per le bombe sganciate, ma anche e soprattutto il valore degli equipaggiamenti andati distrutti sotto i colpi della rappresaglia di Teheran. Le immagini satellitari analizzate dal New York Times e da altri osservatori indipendenti dipingono un quadro di danni ingenti e mirati, concentrati su quei nodi nevralgici che consentono alle forze armate a stelle e strisce di vedere, comunicare e coordinarsi in uno scenario di guerra complesso come il Golfo Persico. L’Iran, stando a queste ricostruzioni, ha colpito duramente e con precisione, mettendo a segno strike su almeno sette installazioni militari statunitensi, con l’obiettivo dichiarato di accecare i radar e disarticolare le reti di comunicazione.
Particolarmente significativo, in questa ottica, è quanto accaduto alla base aerea di Al-Udeid, in Qatar, che ospita il quartier generale del comando centrale americano (CENTCOM) e che è considerata una delle strutture più importanti e protette dell’intero scacchiere mediorientale. Qui, un attacco condotto con missili iraniani avrebbe centrato un sistema radar di early warning AN/FPS-132, dal valore stimato di circa 1,1 miliardi di dollari. Un colpo durissimo, che secondo la stampa specializzata potrebbe aver compromesso la capacità degli Stati Uniti di tracciare minacce balistiche in arrivo, creando una pericolosa zona d’ombra nei cieli del Golfo. Ma Al-Udeid non è stata l’unica a subire perdite economicamente devastanti.
Dalle basi nel Golfo alle perdite “friendly fire”: il conto sale
Poco più a nord, in Bahrein, la sede della Quinta Flotta a Manama è stata presa di mira da sciami di droni Shahed, i quali hanno letteralmente polverizzato i radome, quelle caratteristiche cupole bianche che proteggono le antenne satellitari, al cui interno si trovavano i sistemi di comunicazione AN/GSC-52B SATCOM. La distruzione di questi apparati, come riferito da fonti militari e confermato dalle immagini satellitari, non solo rappresenta un danno economico che si aggiunge ai circa 2 miliardi di dollari totali stimati finora, ma isola di fatto i contingenti americani, rendendo più labili i contatti tra i comandi e le unità operative. Un problema, quest’ultimo, che si somma alla cronica carenza di munizioni per la difesa aerea, un tema sollevato più volte dai vertici del Pentagono e che ora, con l’intensificarsi degli scambi, rischia di diventare il vero tallone d’Achille della macchina da guerra americana.
A complicare ulteriormente un quadro già di per sé critico, ci si mettono anche gli incidenti sul campo. In Kuwait, durante il caos dei primi attacchi, le difese locali hanno abbattuto per errore tre cacciabombardieri dell’US Air Force, causando la perdita di velivoli F-15E il cui valore si aggira intorno ai 282 milioni di dollari complessivi. Un episodio di “friendly fire” che, se da un lato testimonia la difficoltà di gestire uno spazio aereo congestionato e sotto minaccia costante, dall’altro aggiunge una voce imprevista e ingente a un conto che, tra missili intercettori sparati a raffica e basi da ricostruire, è destinato a crescere nelle prossime settimane. L’amministrazione Trump, secondo quanto riportato, avrebbe già convocato d’urgenza i vertici delle principali aziende della difesa, come Lockheed Martin e RTX, per accelerare la produzione e tentare di ricostituire scorte di munizioni che si stanno assottigliando a vista d’occhio.




