Ravenna, annegò la moglie malata di Alzheimer: la condanna a 9 anni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’Assise di Ravenna ha emanato una sentenza di condanna a 9 anni e 4 mesi di reclusione per Enzo Giardi, il quale, la mattina del 9 settembre 2024, pose fine alla vita della moglie Piera Ebe Bertini, affetta da un Alzheimer in stadio così avanzato da renderla totalmente dipendente. L’atto, che il settantanovenne compì annegandola nella vasca da bagno della loro abitazione, avvenne in un contesto di estrema tensione emotiva, alla vigilia del trasferimento della donna in una struttura clinica, un passaggio che forse rappresentò, per l’uomo, l’ultimo e insormontabile scoglio di una lunga e logorante assistenza.

Il riconoscimento delle attenuanti

Il tribunale, dopo una camera di consiglio di tre ore, ha stabilito che le circostanze attenuanti dovessero prevalere su quelle aggravanti, seguendo in ciò le richieste della Procura. All’imputato, che non aveva mai sollevato dubbi sulla propria responsabilità, sono state infatti riconosciute le attenuanti generiche, fondate su una condotta precedente al fatto caratterizzata da un’assistenza amorevole e diligente, un impegno che lo aveva portato a sacrificare, come ebbe a dire il procuratore Barberini, “il resto della sua vita” per la consorte. A queste si sono aggiunte il vizio parziale di mente, che al momento del gesto ne avrebbe intaccato la piena capacità di intendere e di volere, e la volontà di risarcire il danno, per quanto possibile.

La dinamica di un gesto estremo

Quella che si consumò in quella mattina di settembre fu una tragedia annunciata solo dal silenzio e dalla disperazione di chi, dopo essersi preso cura della persona amata con dedizione incondizionata, si trovò a compiere un atto di violenza inaudita, spinto – secondo quanto emerso in aula – da un profondo sentimento di amore e dalla volontà di risparmiare ulteriori sofferenze. L’imminente ricovero in clinica, un evento che per molti segna un sollievo, per Giardi divenne invece il detonatore di un gesto estremo, l’unica via d’uscita che, in quello stato di alterazione, riuscì a concepire per sé e per la moglie.

Il quadro processuale

Il percorso giudiziario, che non ha visto contrapposizioni tra accusa e difesa sulla sostanza dei fatti, si è concentrato sulla qualificazione giuridica e sul bilanciamento tra le diverse componenti. La Procura, pur riconoscendo la gravità oggettiva del delitto, ha ritenuto di dover valorizzare elementi come l’incensuratezza dell’uomo e la sua collaborazione con la giustizia, escludendo invece l’aggravante del particolare valore sociale e morale del fatto, ritenuta incompatibile con la parziale incapacità accertata. La sentenza, quindi, assume i connotati di una risposta penale che, pur nella sua severità, tiene conto della complessità di una vicenda umana segnata dalla malattia e dalla fatica di sopportarne il peso fino alle estreme conseguenze.

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