Disarmo di Hamas, l’annuncio di Trump e i tanti nodi ancora da sciogliere sul futuro di Gaza
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Redazione Esteri
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L’annuncio, arrivato ieri notte con un post sul social network del presidente, è stato prontamente rilanciato dalle agenzie di stampa internazionali e ha subito acceso i riflettori su quella che, se confermata, rappresenterebbe una svolta epocale per il destino della Striscia di Gaza.
Donald Trump ha dichiarato che il Board of Peace, l’organismo internazionale da lui istituito per sovrintendere al cessate il fuoco, ha raggiunto un accordo storico per il disarmo completo di Hamas e degli altri gruppi armati presenti nell’enclave, subordinando il ritiro delle forze israeliane al termine di questo processo.
Le reazioni, tuttavia, non si sono fatte attendere e hanno subito dipinto un quadro ben più complesso e ricco di ombre di quanto la retorica trionfalista della Casa Bianca lasciasse intendere, con Hamas che ha posto delle precondizioni e Israele che, almeno per il momento, non ha ancora espresso un parere ufficiale, alimentando più di un dubbio sulla reale portata dell’intesa.
L’intesa e le condizioni sul tavolo
Secondo le prime ricostruzioni, l’accordo, che si baserebbe su un documento di 15 punti, rappresenterebbe il primo mattone per la tanto agognata fase 2 del cessate il fuoco, quella che dovrebbe avviare la ricostruzione di Gaza e definire un nuovo quadro di autogoverno palestinese. La portata dell’annuncio è notevole, considerando che Hamas, seppure decimato dai bombardamenti e dagli omicidi mirati, ha continuato a gestire l’ordine pubblico in vaste porzioni della Striscia, rappresentando di fatto l’autorità sul territorio.
Tuttavia, le prime precisazioni arrivate da fonti vicine al movimento islamista hanno subito raffreddato gli entusiasmi, chiarendo che il disarmo non sarà una resa immediata e incondizionata, ma un percorso lungo e articolato. Ghazi Hamad, membro della squadra negoziale di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che il gruppo non intraprenderà alcuna iniziativa sul disarmo prima che Israele non abbia completato il ritiro dalla Striscia e posto fine ai raid, ormai quasi quotidiani, che continuano a colpire il territorio.
Un ulteriore punto di frizione riguarda la gestione delle armi. Una fonte di Hamas ha precisato all'agenzia Reuters che la bozza prevede che le armi pesanti vengano immagazzinate e custodite sotto il controllo di un'amministrazione palestinese, e non portate in Israele, come forse qualcuno poteva immaginare.
A fare da contraltare a queste richieste, però, ci sono le posizioni di Israele che, secondo le dichiarazioni filtrate, pone come precondizione per qualsiasi processo sul campo il disarmo completo, la rimozione di tutte le armi da Gaza e la totale smilitarizzazione della Striscia, un’operazione che, secondo gli esperti, potrebbe richiedere anche un anno per essere portata a termine.
La sintesi di queste posizioni, se possibile, è ancora più complicata dal fatto che il Board of Peace, menzionato da Trump come garante dell’accordo, non dispone al momento di alcun contingente militare sul campo, con soltanto sei Paesi, tra cui Albania, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Turchia e Indonesia, che si sono detti disponibili a inviare soldati, ma con poche decine di unità effettivamente arrivate a Gaza sinora.
Lo scetticismo degli analisti e le difficoltà sul campo
La comunità internazionale e gli analisti di politica mediorientale hanno accolto l'annuncio con una cautela che rasenta lo scetticismo, mettendo in luce le numerose e profonde contraddizioni che l’intesa si porta dietro. Alessandro Colombo, professore ordinario di relazioni internazionali all'Università degli Studi di Milano, ha invitato alla massima prudenza, sottolineando come la fretta di Trump di portare a casa un successo diplomatico, in un momento in cui si trova in piena impasse sulle questioni ucraina e iraniana, renda l'annuncio meno credibile di altri in passato.
Secondo Colombo, tutte le parti coinvolte versano in una condizione di estrema fragilità, come in un vicolo cieco, che da un lato rende importante arrivare a un accordo ma dall'altro lo rende estremamente problematico. Israele, che dipende dagli Stati Uniti per il proprio successo diplomatico, non è riuscito a risolvere sul terreno militare né il conflitto con l'Iran né quello con Hamas, mentre dall'altra parte una fetta dell'amministrazione americana e delle forze armate sospetta di essere stata trascinata nell'ultimo conflitto politicamente disastroso in Iran.
A rendere il quadro ancora più complesso sono le dinamiche sul campo, che sembrano muoversi in direzione opposta rispetto alle parole di Trump. Nonostante l'accordo di cessate il fuoco siglato nell'ottobre del 2025, Israele ha continuato ad espandere il proprio controllo territoriale all'interno della Striscia di Gaza, arrivando a occupare oltre la metà del territorio, una percentuale che supera abbondantemente quanto stabilito inizialmente.
Le mappe, come la cosiddetta "Yellow Line", sono state modificate e gli esperti sottolineano come il premier israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri abbiano dichiarato categoricamente di non essere disposti a rinunciare a nemmeno un centimetro di terreno, proponendo anzi la creazione di insediamenti militari e aree agricole nelle zone occupate. Questa situazione di fatto rende la prospettiva di un ritiro totale delle forze israeliane, come previsto dall'accordo, una prospettiva quantomeno remota e in netto contrasto con le reali intenzioni del governo di Gerusalemme.
I tempi e i meccanismi del disarmo
Ma se il quadro politico e militare appare già di per sé fumoso, non sono più chiari nemmeno i dettagli pratici su come e quando il disarmo dovrebbe avvenire. Fonti statunitensi e del Board of Peace hanno fornito un quadro estremamente ottimistico dell'accordo, pur non riuscendo a indicare tempistiche specifiche per il disarmo di Hamas o di altri gruppi come la Jihad Islamica.
Secondo quanto riportato dall'Associated Press, funzionari americani hanno spiegato che la polizia di Gaza consegnerà le armi alla nuova amministrazione tecnocratica sostenuta dal Board of Peace nelle prossime due settimane. Questo contingente di polizia, tuttavia, non include la stragrande maggioranza dei miliziani di Hamas e, cosa ancora più importante, le armi pesanti non sono incluse in questa prima fase dell'intesa.
La consegna degli arsenali pesanti e lo smantellamento dei tunnel e delle altre infrastrutture militari, invece, è prevista in un secondo momento, in un processo che potrebbe richiedere tra i 200 e i 350 giorni.
Questa tempistica, che per certi versi appare già di per sé molto dilatata, lascia intendere che la strada verso la smilitarizzazione della Striscia sarà lunga e irta di ostacoli. Resta da capire, per esempio, come e da chi verrà verificato l'effettivo disarmo e quali saranno i meccanismi di controllo per garantire che Hamas rispetti gli impegni presi.
La stessa Hamas, attraverso il portavoce Ghazi Hamad, ha ribadito che serviranno circa due settimane, o forse più, per concordare i dettagli su come e quando verrà applicato l'accordo, rimarcando come questo rimanga subordinato al rispetto delle condizioni poste dal movimento.
Inoltre, la figura dell'Iran, storico sponsor di Hamas, rimane un'incognita non trascurabile: Teheran, pur avendo consigliato ai membri del gruppo di non accettare l'accordo, si trova attualmente troppo impegnata sul fronte del conflitto con gli Stati Uniti per poter offrire un sostegno concreto, lasciando Hamas in una posizione di relativa debolezza ma anche di maggiore autonomia decisionale.
Per avere un quadro più chiaro e capire se l'ottimismo di Trump abbia un reale fondamento o se si tratti dell'ennesimo annuncio destinato a essere smentito dagli eventi, bisognerà attendere la metà della prossima settimana, quando è prevista una riunione al Cairo per discutere la seconda fase dell'accordo di cessate il fuoco.
Sarà in quella sede che si capirà se le parti sono davvero pronte a compiere il passo, o se le numerose e profonde divergenze emerse in queste ore, dalle condizioni di Hamas allo scetticismo israeliano fino ai problemi logistici del Board of Peace, si riveleranno ostacoli insormontabili per la tanto agognata pace a Gaza.
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