Eurogruppo, l’Italia chiede deroghe al Patto di stabilità per l’energia. Giorgetti: «Non c’è più tempo per attendere»
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Redazione Interno
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L’emergenza determinata dalle ricadute economiche del conflitto in Iran, con il suo corollario di rincari energetici e tensioni sulle materie prime, ha trasformato l’ultima riunione dell’Eurogruppo in un banco di prova cruciale per la tenuta fiscale dell’Unione. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, forte delle indicazioni ricevute dal Parlamento italiano, ha portato a Bruxelles una linea chiara: non c’è più spazio per l’immobilismo. Di fronte al primo confronto formale sulla crisi mediorientale, Roma ha insistito sulla necessità di strappi alle regole, proponendo un utilizzo esteso delle clausole di salvaguardia – quelle solitamente riservate alla difesa – per arginare il caro-bollette che rischia di soffocare famiglie e comparti produttivi.
La strategia delle tre opzioni per fronteggiare lo shock
Per aggirare i vincoli del Patto di stabilità, il titolare del Mef ha declinato la sua richiesta su tre livelli operativi. L’opzione considerata più efficace, sebbene al momento politicamente impervia, sarebbe l’attivazione di una clausola di salvaguardia generale a livello europeo, simile a quella sospensiva adottata durante la pandemia. Tuttavia, consapevole della freddezza di una Commissione che non rileva ancora uno “shock generalizzato” tale da legittimare una siffatta misura, Giorgetti ha concentrato il tiro su una soluzione più agile: estendere alle spese straordinarie per l’energia la deroga già prevista per gli investimenti nella difesa (quella incardinata nel piano “Prontezza 2030”). Si tratterebbe di mantenere invariato il tetto massimo di spesa (fino all’1,5% del Pil annuo), ma di ampliare il ventaglio delle causali, permettendo agli Stati di respirare senza alterare i volumi complessivi di deficit.
In alternativa, l’Italia ha proposto un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali, una via di mezzo che, sebbene più macchinosa, rappresenterebbe comunque un segnale forte di flessibilità.
La partita a due sugli extraprofitti e il muro del Nord
Non è solo una questione di deficit. Sul tavolo di Bruxelles, l’Italia ha rilanciato anche la proposta di una tassa europea sugli extraprofitti delle società energetiche. Su questo specifico fronte, Giorgetti ha trovato un’insolita sponda nella Germania del vicecancelliere Lars Klingbeil, il quale ha bollato come “ingiusto” che le grandi imprese continuino a macinare utili mentre l’economia reale soffre. Un asse, quello tra Roma e Berlino, a cui si sono aggregate Spagna, Austria e Portogallo, formando un blocco meridiano-centrale determinato a far pagare un contributo di solidarietà agli operatori del settore.
Ma se da un lato cresce il consenso sulla tassa patrimoniale sulle ration energetiche, dall’altro le resistenze su nuovi spazi di debito restano ferree. Paesi come Olanda e Belgio hanno opposto un muro netto alla richiesta di maggiore flessibilità fiscale, avvertendo che non si può ricorrere all’acceleratore della spesa pubblica ogni volta che si profila una crisi. La linea dura di questi partner storici del Nord Europa, fedeli all’ortodossia del rigore, ha di fatto gelato le speranze di un intervento immediato sul fronte delle regole contabili.
La cautela di Bruxelles e la tensione sul nuovo debito
La risposta della Commissione europea, arrivata per voce del commissario Valdis Dombrovskis, è stata improntata alla massima prudenza. L’esecutivo comunitario, pur riconoscendo la gravità della situazione, ha ribadito che le misure devono restare “temporanee, mirate e di impatto fiscale contenuto”. Bruxelles continua a ritenere che gli attuali margini di manovra, previsti dalla revisione del Patto di stabilità, siano sufficienti per assorbire i costi della transizione, escludendo per ora qualsiasi iniziativa sovranazionale sugli extraprofitti e relegando ogni intervento diretto alla discrezionalità nazionale.
Questa posizione attendista ha generato evidente frustrazione nella delegazione italiana. Giorgetti, riallacciandosi anche alle sollecitazioni del vicepremier Salvini – il quale aveva paventato la necessità di agire in solitaria per garantire la sopravvivenza del sistema produttivo – ha sollecitato un cambio di passo immediato. La proposta, nel merito, prevede di utilizzare i fondi anticrisi per comparti oggi in ginocchio, come quello chimico, letteralmente strozzato dalla scarsità di materie prime e dall’impennata dei costi di trasformazione. Si consuma così l’ennesimo braccio di ferro tra una periferia del Sud che chiede ossigeno e un centro europeo che, tra timori inflattivi e veti incrociati, preferisce guardare prima ai numeri che al territorio.




