Ferrara, grattacielo evacuato: il sindaco Fabbri parla di "scelta di responsabilità"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il complesso residenziale simbolo di Ferrara, un gigante di cemento sorto alla fine degli anni Cinquanta, è ora completamente vuoto. Dopo le fiamme divampate nel cuore della notte tra il 10 e l'11 gennaio nel vano contatori della torre B, che costrinsero all'esodo immediato dei residenti, il sindaco Alan Fabbri ha apposto la sua firma su due nuove ordinanze che hanno esteso lo stato di inagibilità anche alle torri A e C. Una decisione, questa, che obbliga altre duecentocinquanta persone a lasciare le proprie case entro pochi giorni, aggiungendosi al già considerevole numero di sfollati. L'atto amministrativo, fondato su quanto emerge da un dettagliato verbale del comando provinciale dei Vigili del Fuoco redatto dopo i sopralluoghi tecnici di metà gennaio, dichiara il grave pericolo per l'incolumità pubblica e privata e vieta qualsiasi accesso agli appartamenti, ai locali interrati e alle aree comuni, fino al completo ripristino delle condizioni di sicurezza antincendio e degli impianti.

Le motivazioni di una decisione senza precedenti

Alla conferenza stampa convocata per annunciare lo sgombero totale, il primo cittadino, affiancato dal vicesindaco Alessandro Balboni, dall'assessora Cristina Coletti e dal direttore generale Sandro Mazzatorta, ha definito la mossa "difficile ma di responsabilità". Fabbri, parlando di "una tragedia sfiorata" durante l'incendio iniziale, ha voluto sottolineare come si tratti di un provvedimento che, a suo dire, "nessuno dei miei predecessori sindaci ha voluto assumersi" in passato. Una presa di posizione netta, che però non è stata espressa solo di fronte alla stampa riunita, ma che è stata affidata anche a comunicazioni scritte preparate dai suoi uffici e ribadita in un video diffuso sui social network, da Facebook a Instagram, strumenti ormai centrali nel dialogo tra amministratori e cittadini.

Il peso tecnico delle verifiche e lo scenario di un esodo

La scelta di chiudere l'intero stabile non nasce da un'allarmismo improvviso, bensì poggia su riscontri tecnici precisi. I vigili del fuoco, dopo aver spento le fiamme nella torre B, hanno infatti condotto ulteriori accertamenti tra il 13 e il 15 gennaio sull'intera struttura, giungendo a conclusioni che hanno reso inevitabile l'estensione del divieto di abitabilità. Il verbale notificato il 19 gennaio scorso ha costituito il fondamento giuridico e tecnico delle ordinanze, fotografando carenze tali da non poter permettere la permanenza di nessuno, neppure per il tempo strettamente necessario a raccogliere le proprie cose. Si tratta, di fatto, di un esodo forzato e collettivo che lascia sul lastrico centinaia di nuclei familiari, molti dei quali già provati dal primo, traumatico evento.

Un maxicondominio e le sue criticità storiche

La vicenda getta una luce cruda sulle condizioni del Grattacielo, un maxicondominio noto per la sua vivace composizione multietnica e per le sfide gestionali che nel corso dei decenni si sono succedute. L'incendio al vano contatori, elemento tecnico vitale per l'intero edificio, ha agito da detonatore rivelando fragilità sistemiche che vanno ben oltre i danni immediati del fuoco. L'evacuazione totale, se da un lato rappresenta l'unica via per garantire la sicurezza, dall'altro apre un capitolo complesso sulla sorte delle persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e sul futuro stesso dello stabile, la cui riqualificazione e messa in sicurezza si prospettano come un'opera lunga e di incalcolabile impegno economico.

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