Eurovision 2026, i cinque paesi assenti (dalla Spagna ai Paesi Bassi) e il nodo israele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono trentacinque, non più trentasette. Questo il numero delle delegazioni che saliranno sul palco della Wiener Stadthalle di Vienna a partire da stasera, quando prenderà il via la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest. Un’edizione, quella del 2026, che segna un vistoso calo rispetto all’anno precedente – quando invece si erano contati trentasette paesi, dopo il ritiro della Moldavia – e che accende i riflettori, ancor prima dell’esibizione dei primi quindici artisti in gara nella semifinale d’apertura, su un vuoto difficile da ignorare. Manca, all’appello, qualcosa come cinque nazioni: la Spagna, i Paesi Bassi, l’Irlanda, l’Islanda e la Slovenia.
Assenze pesanti: il caso spagnolo e quello olandese
Non si tratta, va detto, di paesi secondari nel meccanismo del concerto europeo. La Spagna, in particolare, figura da sempre tra i principali finanziatori della manifestazione, oltre che tra i membri del cosiddetto "Big Five", ovvero quelle nazioni (assieme a Germania, Francia, Italia e Regno Unito) automaticamente qualificate per la finale grazie al loro contributo economico. Una assenza, quella spagnola, che lascia perplessa una fetta non marginale degli addetti ai lavori, anche perché non era stata anticipata da alcuna dichiarazione ufficiale della radiotelevisione iberica. Stesso silenzio, d’altra parte, ha accompagnato la defezione dei Paesi Bassi, altra nazione storicamente attiva e spesso competitiva nella kermesse; e nessuna comunicazione pubblica è arrivata neppure da Dublino, Reykjavík e Lubiana.
Israele regolarmente in gara, tra le consuete tensioni
Eppure, tra i trentacinque paesi che invece hanno regolarmente inviato il proprio rappresentante, figura anche Israele. La sua presenza, in un contesto geopolitico ancora segnato dalla guerra nella striscia di Gaza e dalle reazioni internazionali che ne derivano, ha già sollevato polemiche nei giorni di avvicinamento all’evento. Delegazioni di artisti, associazioni culturali e alcuni gruppi di spettatori hanno annunciato forme di protesta – dai boicottaggi individuali a iniziative di contestazione davanti alla sede viennese – senza che però l’Unione europea di radiodiffusione (Uer) abbia mai preso in considerazione l’ipotesi di escludere il paese. Da Vienna, intanto, la macchina organizzativa procede senza intoppi: i quindici cantanti della prima semifinale (tra i quali figurano, per l’Italia, Sal Da Vinci e Senhit) sono pronti a esibirsi già questa sera.
Perché Vienna? La vittoria di JJ e la logistica
Che la competizione si svolga alla Wiener Stadthalle, e non in altre sedi, lo si deve alla vittoria dell’austriaco Johannes Pietsch, conosciuto al pubblico come JJ, il quale a Basilea, nel 2025, aveva trionfato con il brano "Wasted Love". Una scelta, quella della capitale austriaca, che non è soltanto cerimoniale: la città offre una capacità ricettiva adeguata ai flussi di delegazioni, giornalisti e fan, oltre a una infrastruttura collaudata per eventi televisivi dal vivo. Il calendario prevede la seconda semifinale giovedì 14 maggio e la finale sabato 16, sempre nella stessa location. Nessun paese sostitutivo è stato chiamato a coprire i posti lasciati vuoti dalle cinque assenze, sicché il numero complessivo di trentacinque concorrenti rimarrà invariato fino al voto conclusivo. Le canzoni in gara, quelle sì, sono tutte pronte; e mentre sul palco si alterneranno i balli e i playback, fuori dalla Stadthalle si commenterà a lungo, e inevitabilmente, di chi non c’è.




