Prato, il carcere della Dogaia tra torture, droga e silenzi dello Stato
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Redazione Interno
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Dietro le sbarre del carcere pratese della Dogaia, lo Stato sembra essersi eclissato, lasciando spazio a un sistema parallelo in cui a comandare sono le regole della criminalità. Le indagini della procura, che da mesi scandagliano il penitenziario, hanno portato ieri a una nuova maxi perquisizione – la seconda in meno di un mese – durata sette ore e concentrata su celle che, invece di essere luoghi di espiazione, si sono trasformate in centri di potere illecito.
Non si tratta solo di episodi isolati, ma di un degrado sistemico: tra le mura del carcere, infatti, si consumano stupri, torture e sevizie, mentre le rivolte – come quelle avvenute nell’ultimo mese, con spranghe, barricate e tentativi di incendio – dimostrano che il controllo è ormai nelle mani delle gang. Persino i social network diventano testimoni involontari di questa deriva, con video e dirette TikTok diffuse direttamente dalle celle, grazie a decine di telefoni e smartwatch sequestrati ai detenuti, molti dei quali appartengono al circuito dell’alta sicurezza.
La situazione, come confermano fonti della procura, è "fuori controllo". E non solo per colpa di chi, detenuto, ha trasformato il carcere in una piazza di affari illeciti. Le inchieste in corso puntano il dito anche contro possibili collusioni con agenti della polizia penitenziaria, accusati di favorire lo spaccio di droga e di chiudere un occhio sulle violenze tra prigionieri. L’ultima perquisizione, avvenuta a fine giugno, aveva già portato al sequestro di router, sostanze stupefacenti e dispositivi elettronici, ma evidentemente non è bastata a riportare l’ordine.




