Milano, tra le gru del salone e il bisogno di una via di fuga

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La Design Week, per chi a Milano ci vive tutto l’anno, rappresenta una di quelle contraddizioni urbane che non trovano facile soluzione. Da un lato, il cosiddetto “milanese imbruttito” – quello che perennemente lamenta i cantieri aperti e i mezzi pubblici in tilt – non può fare a meno di ammettere, seppur tra i denti, che quei giorni restituiscono alla città un’energia altrimenti sconosciuta. Dall’altro, lo stesso individuo si trova a fare i conti con il parcheggio introvabile sotto casa, con la ressa che trasforma i marciapiedi in percorsi a ostacoli e con quella “socialità forzata” che trasforma l’aperitivo in un rito tribale. Eppure, alla fine, al giro tra installazioni e stand non rinuncia mai; ci si infila nella calca, si fa selfie davanti all’ennesimo allestimento patinato e si ripete, come un mantra, il bisogno di esserci.

La forza di questa kermesse, come sempre, sta proprio nel saper trasformare l’architettura del Novecento in un dispositivo pubblico capace di riattivare pezzi interi di metropoli senza cambiarne la forma. Da Villa Pestarini alla Torre Velasca, edifici nati per il lavoro o per la rappresentanza – rimasti per anni nascosti da ponteggi o da un’inavvertita dimenticanza – riaprono i loro spazi. Diventano, per una settimana, il palcoscenico di un dialogo silenzioso tra il rigore delle linee razionaliste e la provvisorietà effimera di un allestimento. Non si tratta di una semplice riapertura al pubblico, quanto piuttosto di un’operazione che restituisce dignità a contenitori spesso fraintesi, e lo fa senza gridare, anzi, affidandosi alla sola potenza delle loro geometrie.

Se poi si alza lo sguardo oltre i padiglioni tradizionali, c’è un altro elemento che quest’anno ha scandito il ritmo dell’evento: la musica, o meglio, la sua traduzione in stile. Con l’uscita del biopic su Michael Jackson, torna prepotentemente sotto i riflettori il suo guardaroba rivoluzionario. Dal guanto scintillante di Billie Jean alla giacca rossa di Thriller, passando per i completi anni Trenta di Smooth Criminal, quell’estetica ha influenzato le passerelle e la cultura pop ben oltre la sua epoca. E così, mentre la città si riempiva di lampade e sedie, c’era anche chi cercava la scia di un’icona che non ha solo fatto la storia della musica, ma ha letteralmente cucito addosso al mondo un’idea nuova di spettacolo.

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