Milano Cortina 2026, una giornata di gare e il caso del casco ucraino che accende lo scontro con il Cio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Settimo giorno di gare per i Giochi invernali di Milano Cortina 2026, e l’Italia – forte dei due ori conquistati finora da Federica Brignone nel supergigante e da Francesca Lollobrigida nei tremila metri, nonché dell’argento di Giovanni Franzoni e del bronzo di Dominik Paris nella discesa libera di Bormio – torna a inseguire il podio in tre discipline diverse, con le speranze azzurre riposte prevalentemente sul pattinaggio di velocità, sul biathlon e sullo snowboardcross femminile, senza dimenticare le presenze nei diecimila metri maschili di Davide Ghiotto e Riccardo Lorello, chiamati a calcare la pista ghiacciata del Milano Ice Park con l’obiettivo, per il primo in particolare, già bronzo a Pechino 2022, di migliorare quel metallo per cambiarne almeno il colore -1-2-6.

Le speranze azzurre tra ghiaccio e neve: da Ghiotto a Moioli, passando per la sprint di Anterselva

Davide Ghiotto e Riccardo Lorello, entrambi in gara alle sedici nella finale dei diecimila metri, rappresentano la continuità di una tradizione azzurra nello speed skating che proprio in questi Giochi ha trovato in Francesca Lollobrigida una trascinatrice d’eccezione; e se Lorello cerca la consacrazione olimpica, Ghiotto – forte dell’esperienza maturata in questi quattro anni – prova a sfruttare la spinta del pubblico amico, quella stessa spinta che alle quattordici accompagnerà Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni sulla neve dell’Anterselva Biathlon Arena per la dieci chilometri sprint maschile, una gara nella quale Giacomel – a secco di medaglie nell’individuale – cerca il riscatto immediato, mentre Hofer, veterano della carabina, tenta l’ultimo acuto della sua carriera olimpica davanti a una folla che conosce ogni suo respiro -1-6-8.

Sempre nel pomeriggio, ma a Livigno, Michela Moioli – che un trauma facciale rimediato in allenamento non ha privato della determinazione necessaria per cercare la terza medaglia olimpica della sua carriera, dopo l’oro di Pyeongchang 2018 e l’argento a squadre di Pechino 2022 – guiderà Lisa Francesia Boirai e Sofia Groblechner nella fase finale dello snowboardcross femminile, un percorso a eliminazione diretta che dagli ottavi conduce alla big final delle quattordici e quarantasei, dove la bergamasca proverà a trasformare il dolore fisico in slancio agonistico -2-6.

E mentre il pomeriggio cede il passo alla sera, l’attenzione si sposta sul ghiaccio del Milano Ice Skating Arena: lì, nel programma libero del singolo maschile di pattinaggio artistico, Matteo Rizzo e Daniel Grassl – quest’ultimo quarto dopo il programma corto – proveranno a compiere una rimonta che fino a ieri sembrava improbabile, aggrappandosi a quadrupli e combinazioni per insinuarsi in una classifica dominata dalle scuole giapponese e statunitense; contemporaneamente, al Milano Ice Park, la nazionale femminile di hockey su ghiaccio affronterà nei quarti di finale gli Stati Uniti, squadra letteralmente irraggiungibile per blasone e risultati, ma davanti alla quale le azzurre – e questa è già la loro prima volta nella fase a eliminazione diretta del torneo olimpico – non hanno alcuna intenzione di presentarsi come semplici comparse -2-6.

L’ipocrisia del Cio e la memoria negata: la squalifica di Heraskevych scuote i Giochi

Ma la settima giornata di Milano Cortina 2026 non è fatta solo di tempi cronometrici e speranze di podio, perché dallo sliding centre di Cortina arriva una notizia che travalica i confini dello sport per collocarsi nel territorio spinoso della geopolitica e della memoria: Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino dello skeleton, è stato squalificato dal Comitato Olimpico Internazionale per aver gareggiato – o meglio, per essersi presentato in pista – con un casco personalizzato sul quale erano impresse le immagini di ventidue sportivi ucraini uccisi dall’inizio dell’invasione russa -3-9.

La decisione del Cio, guidato ora da Kirsty Coventry, non ha lasciato spazio a interpretazioni: il regolamento vieta qualsiasi forma di propaganda politica all’interno degli spazi di gara, e il casco di Heraskevych – sebbene non contenesse simboli partitici o scritte offensive – è stato considerato alla stregua di una bandiera non autorizzata, di un messaggio estraneo ai valori di neutralità che l’ente olimpico pretende di incarnare; il ministro dello Sport ucraino, Matvii Bidnyi, ha risposto a stretto giro definendo l’atteggiamento del Cio profondamente ipocrita, e ha sottolineato come l’organizzazione abbia chiuso entrambi gli occhi di fronte alla presenza – accertata – di una bandiera russa esposta illegalmente sul casco di un altro atleta nei giorni scorsi, per poi concentrare tutti i rigori disciplinari sul gesto commemorativo di un ragazzo che chiedeva solo di ricordare i propri compagni caduti -3.

Bidnyi, intervistato dal Corriere della Sera, ha insistito su un concetto preciso: non si tratta di propaganda, non si tratta di politica, si tratta di memoria; e non esiste alcuna norma, né nei codici olimpici né nei protocolli delle federazioni internazionali, che vieti espressamente a un atleta di onorare i propri connazionali morti in guerra attraverso un’immagine stampata su un equipaggiamento personale -3. Il silenzio del regolamento, in questo caso, è stato colmato da un’interpretazione estensiva del concetto di gesto politico – quella stessa interpretazione che in passato ha prodotto squalifiche eccellenti, come quelle di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico, ma anche tollerato manifestazioni più blande quando provenienti da nazioni con maggiore peso specifico nel consesso olimpico -9.

Il sacrificio di Antigone sul ghiaccio e la legge non scritta del cuore

Heraskevych sapeva, annunciando sui social il suo casco della memoria, che il Cio non avrebbe gradito; sapeva che la squalifica era non solo possibile, ma probabile, e che ventidue volti di atleti uccisi – alcuni dei quali suoi amici, altri semplicemente sconosciuti con i quali condivideva la nazionalità e il sogno olimpico – gli sarebbero costati la gara della vita, l’apice di una carriera costruita su scivolate e accelerazioni in discesa -9. Lo ha fatto ugualmente, trasformando la sua squalifica in un’eco globale che trenta secondi di ripresa televisiva non gli avrebbero mai potuto garantire, e ha vinto – se di vittoria si può parlare, quando si esce da un’Olimpiade a testa bassa e senza nemmeno il conforto di una classifica – la sua personale battaglia di Antigone contro il Creonte del Comitato Olimpico Internazionale, riaprendo un dibattito che sembrava sopito e che invece torna ciclicamente a incrinare la superficie perfetta e sterile dei cinque cerchi -9.

L’ente presieduto da Coventry si trincera dietro la necessità di preservare lo sport dalla politica, ma è una trincea che mostra crepe profonde: la guerra in Ucraina è entrata nel villaggio olimpico, è entrata nelle piste di skeleton e nelle arene del ghiaccio, e il tentativo di arginarla con circolari e provvedimenti disciplinari appare sempre più velleitario, quasi grottesco, mentre la diplomazia internazionale – e la nuova amministrazione Trump, tornata alla guida degli Stati Uniti – fatica a trovare un lessico comune per definire il conflitto e i suoi responsabili. La squalifica di Heraskevych, che resterà negli archivi come una nota a margine dei Giochi italiani, potrebbe invece trasformarsi – per la capacità dell’atleta ucraino di trasformare una punizione in testimonianza – in uno dei momenti più vividi e controversi di questa edizione olimpica, quello in cui il diritto alla pietas si è scontrato con la rigidità di un regolamento che non ammette eccezioni, e ne è uscito sconfitto sul piano formale, ma vincitore su quello della coscienza collettiva -3-9.

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