La stretta Ue sui migranti divide: per il governo è una vittoria, per la società civile un passo indietro
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Redazione Esteri
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Il recente giro di vite approvato dal Consiglio europeo per la Giustizia e gli Affari Interni, che ha introdotto una lista europea dei Paesi d'origine sicuri e ha ridefinito il concetto di Paese terzo sicuro, ha prodotto reazioni diametralmente opposte. Se da un lato il governo italiano esulta per quella che definisce una svolta epocale, fortemente voluta e ottenuta, dall'altro numerose organizzazioni della società civile sollevano critiche profonde, temendo una sostanziale erosione del diritto d'asilo europeo. Queste nuove norme, che mirano a velocizzare le procedure di rimpatrio e a estendere la possibilità di trattare gli stranieri irregolari in strutture esterne all'Ue, rappresentano infatti un cambiamento di paradigma, spostando l'attenzione, come sottolineato da alcuni operatori del settore, più sulla protezione dei confini che sulla protezione delle persone.
Il modello Albania e il nuovo quadro normativo
Proprio in questo contesto si inserisce il cosiddetto "modello Albania", che riceve una spinta decisiva dalle regole varate a Bruxelles. L'accordo bilaterale per l'apertura di centri di permanenza per il rimpatrio nel territorio albanese, finora oggetto di aspre polemiche e dibattiti giudiziari, trova ora un quadro di riferimento comunitario che ne potrebbe normalizzare il funzionamento. I centri di Gjader e Shengjin, attualmente operativi a capacità ridotta con poche decine di ospiti, potrebbero vedere un'accelerazione già a partire dal prossimo marzo, beneficiando di una procedura che consentirebbe di trattenere i richiedenti asilo anche in attesa dell'esito di un ricorso contro un rimpatrio. Una misura, questa, che intende ovviare all'attuale sistema che spesso porta al rilascio dei migranti sul territorio nazionale, un nodo critico su cui il governo ha a lungo insistito.
Le critiche della società civile e i nodi irrisolti
Le voci che si levano dal mondo delle ong e delle associazioni di tutela dei diritti, tuttavia, dipingono un quadro ben diverso. La preoccupazione principale risiede proprio nella lista dei Paesi sicuri, che alcuni giuristi considerano un elemento problematico, poiché rischia di appiattire le valutazioni su realtà nazionali complesse, dove non è detto che la sicurezza sia garantita per tutti. L'estensione delle strutture di trattenimento fuori dai confini dell'Unione, poi, viene vista come una pericolosa deresponsabilizzazione degli Stati membri e un potenziale ostacolo all'accesso a tutele legali effettive per i migranti. Critiche che non provengono solo da attivisti, ma che hanno trovato espressione anche in alcuni ambienti ecclesiastici, i quali hanno parlato di strutture che pongono seri interrogativi democratici.
La strada complessa dell'applicazione
Nonostante le celebrazioni del governo, che parla di una vittoria dell'approccio italiano, la piena attuazione di questo nuovo sistema presenta numerosi nodi da sciogliere. L'efficacia stessa dell'accordo con l'Albania, spesso definito un esperimento, è ancora tutta da dimostrare sul campo e dovrà fare i conti con la capacità operativa delle strutture, le garanzie procedurali e la sostenibilità a lungo termine. I nuovi regolamenti, peraltro, dovranno ora essere negoziati con il Parlamento europeo, un passaggio che potrebbe introdurre modifiche e temperamenti. La partita, insomma, è solo all'inizio, e le nuove norme, che pure segnano una direzione chiara verso un controllo più rigido dei flussi, dovranno dimostrare di reggere all'impatto con la realtà delle migrazioni e con il vaglio delle possibili contestazioni legali.




