Referendum giustizia, il consigliere di Capannori Domenico Caruso: "Ecco perché andare a votare per il sì"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna che precede il voto del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, un passaggio che impegnerà i cittadini in una scelta netta tra la conferma o il rigetto del testo approvato dal Parlamento nell’autunno del 2025, si arricchisce di posizioni e iniziative locali che mirano a penetrare il tessuto sociale al di là del dibattito nazionale, spesso polarizzato e incentrato sulle figure dei leader politici. In questo contesto, la riflessione proposta da Domenico Caruso, consigliere comunale di Capannori e sostenitore del fronte del "Sì", offre uno spunto per inquadrare la portata delle modifiche da un’angolazione specifica, quella di un amministratore locale che invita a considerare il merito giuridico della riforma al di là delle contrapposizioni ideologiche. Caruso, nel suo ragionamento, parte da un presupposto che intende fugare i timori di chi paventa uno strappo all’equilibrio costituzionale: la riforma, a suo avviso, non rappresenta un’incursione dell’esecutivo nelle prerogative della magistratura, ma piuttosto il completamento di un percorso avviato decenni fa. Egli sottolinea come la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, cuore pulsante dell’intervento legislativo, costituisca il logico sviluppo del nuovo codice di procedura penale del 1989, quel modello accusatorio che aveva già introdotto una distinzione funzionale e processuale tra chi giudica e chi sostiene l’accusa, i cui princìpi, peraltro, hanno trovato una loro solennità nell’articolo 111 della Costituzione, quello dedicato al giusto processo. Una lettura, la sua, che cerca di ancorare la riforma a un filo di coerenza storica e sistematica, presentandola come un affinamento necessario piuttosto che come una rivoluzione.

L’offensiva referendaria e le voci del territorio tra Toscana e Abruzzo

Mentre i comitati si organizzano per diffondere le rispettive ragioni, l’attività sul campo diventa il termometro di una partecipazione che si spera consapevole. Il Comitato "Sì Separa", in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi, ha messo a punto un fitto calendario di eventi nell’aretino, un programma che non si limita a un’arringa unilaterale ma che anzi, stando a quanto dichiarato, punta al confronto e, laddove possibile, al contraddittorio diretto con i portavoce del "No", nella convinzione che solo un dibattito aperto possa restituire ai cittadini la complessità di una scelta che inciderà sull’assetto dello Stato. È in questa cornice che si inserisce anche la discesa in campo di figure dalla storia politica complessa, come Bobo Craxi, intervenuto a Pescara per sostenere le ragioni del "Sì". Il figlio di Bettino, che non manca di rivendicare la propria appartenenza all’area del centrosinistra, ha legato la sua riflessione a temi di politica internazionale, evocando la memoria paterna a proposito delle tensioni con l’Iran, un parallelo che riporta alla mente l’azione di Madrid nel 1986 contro Gheddafi e che serve a Craxi per inquadrare il clima di scontro, quel caos che a suo dire verrebbe alimentato ad arte dagli avversari della riforma. Un’analisi, la sua, che si muove su un doppio binario: quello della fedeltà a una tradizione socialista e quello della lettura degli attuali equilibri geopolitici.

Il nodo del correntismo e la posizione di Forza Italia nel dibattito

Uno degli argomenti centrali nella propaganda del "Sì" riguarda la presunta opacità del sistema di potere interno alla magistratura, quel correntismo che, secondo i promotori della riforma, finirebbe per condizionare carriere e decisioni. Gianfranco Librandi, che in Campania coordina i comitati per il "Sì" e ricopre l’incarico di vicesegretario regionale di Forza Italia, ha voluto replicare con decisione a chi, come il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Cesare Parodi, prova a ridimensionare la questione. Librandi, raccogliendo le dichiarazioni di Parodi, secondo cui solo 2.100 magistrati sui circa 9.200 iscritti all’Anm aderirebbero formalmente alle correnti, ha ribaltato la prospettiva: non è tanto il numero degli iscritti a determinare il fenomeno, quanto il peso sproporzionato che quei gruppi organizzati, seppur minoritari numericamente, riescono a esercitare nei gangli decisionali, laddove si assegnano incarichi direttivi o si valutano i percorsi di carriera dei colleghi. Un’argomentazione, questa, che punta il dito contro quella che viene descritta come una lobby capace di orientare scelte cruciali al di fuori di ogni controllo trasparente, e che la riforma, con la creazione di due distinti Consigli superiori e l’introduzione di meccanismi come il sorteggio per alcune nomine, mirerebbe a scardinare. La presenza di esponenti di Forza Italia in prima linea, del resto, non sorprende, rappresentando quella formazione politica il naturale prosecutore delle battaglie giustizialiste già portate avanti in passato da Silvio Berlusconi.

La mobilitazione dei comitati e la complessità di un voto senza appello

L’avvicinarsi della data del voto, che si preannuncia come una verifica importante per il governo e per l’intero impianto riformatore voluto dal ministro Nordio, vede quindi una mobilitazione crescente a tutti i livelli. I comitati, sia quelli per il "Sì" che quelli per il "No", moltiplicano gli incontri, cercando di intercettare un elettorato che appare diviso e, stando ad alcuni rilevamenti, ancora incerto su come orientarsi. Le iniziative si susseguono con l’obiettivo di chiarire i termini tecnici di una legge costituzionale che, modificando sette articoli della Carta, interviene su equilibri delicati: si va dalla separazione delle carriere, appunto, all’istituzione di una Alta Corte disciplinare che giudicherà i magistrati, fino alla ridefinizione della composizione e delle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura, che verrebbe di fatto scisso in due organismi distinti. Chi spinge per il "Sì" insiste sulla necessità di rendere il processo più equo e garantito per il cittadino, separando nettamente il ruolo di chi accusa da quello di chi è chiamato a giudicare in posizione di terzietà; chi, al contrario, invita a votare "No" mette in guardia dal rischio di indebolire l’indipendenza della magistratura, esponendola a potenziali influenze esterne. In questo clima, la parola passa ora agli elettori, chiamati a esprimersi su una riforma che, al di là degli slogan, incide profondamente sull’architettura costituzionale del Paese.

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