Trump a Zelensky: non colpire le raffinerie russe. Slitta il via libera Ue sulle sanzioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La telefonata tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky ha riacceso i riflettori su uno dei fronti più delicati del conflitto: gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il presidente americano ha esercitato pressioni sul suo omologo ucraino affinché fermi le operazioni contro le raffinerie, timoroso che possano aggravare la carenza globale di diesel e spingere ulteriormente al rialzo i prezzi dei carburanti.

Nel corso del colloquio, stando a fonti informate sui contenuti della conversazione, Trump avrebbe ripetuto più volte la parola "diesel", segno di quanto la questione sia prioritaria per la Casa Bianca.

La posizione di Zelensky

La risposta del capo dello Stato ucraino non si è fatta attendere. Su X, Zelensky ha scritto che l'Ucraina è pronta a compiere "passi corrispondenti di de-escalation" a condizione che la Russia smetta di colpire il settore energetico, le infrastrutture critiche e le esportazioni alimentari del Paese. Una posizione che ribalta l'argomentazione americana, legando qualsiasi riduzione dell'intensità degli attacchi a una reciprocità da parte di Mosca.

Zelensky ha anche sottolineato come la natura stessa del conflitto sia cambiata: con lo sviluppo della tecnologia militare, ha osservato, chi attacca non può più considerarsi al riparo da conseguenze dirette sul proprio territorio.

L'incontro con Ratcliffe e il nodo delle sanzioni Ue

Nelle stesse ore, il presidente ucraino ha avuto un breve colloquio con il direttore della Cia, John Ratcliffe, presso l'aeroporto di Shannon, in Irlanda, mentre gli aerei facevano rifornimento. Zelensky era in viaggio verso New York per partecipare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Fonti citate da Reuters non hanno fornito dettagli sul contenuto della conversazione.

Sul fronte europeo, invece, resta bloccata l'intesa sul rinnovo delle sanzioni individuali contro la Russia. L'accordo di principio raggiunto dai ventisette ambasciatori prevedeva un prolungamento delle misure per tre anni, invece dei sei mesi abituali, in cambio della rimozione dalla blacklist di due oligarchi: Alisher Usmanov e Mikhail Fridman. Una procedura scritta avviata per formalizzare il via libera non è però giunta a conclusione lunedì, e una nuova riunione del Coreper II è stata convocata per la mattina di martedì.

Le ragioni di Parigi e Lussemburgo

A spingere per l'esclusione di Usmanov è stata la Francia, che secondo quanto riferito da diversi diplomatici europei avrebbe citato ragioni di sicurezza nazionale legate alla vicenda di alcuni cittadini francesi detenuti in Azerbaigian. Il Lussemburgo ha poi chiesto che, se si fosse tolto Usmanov dalla lista, fosse rimossa anche Fridman, russo con interessi assicurativi e bancari, coinvolto in un procedimento arbitrale da 16 miliardi di dollari.

La scadenza per il rinnovo delle sanzioni era fissata per la mezzanotte di mercoledì: senza un accordo unanime, le misure contro quasi tremila persone ed entità sarebbero decadute automaticamente.

Il quadro politico a Mosca

Sullo sfondo, il risultato delle elezioni per la Duma di Stato ha confermato la compattezza del sistema di potere russo. Il partito Russia Unita ha ottenuto almeno 355 seggi su 450, il miglior risultato della sua storia, superando il precedente record di 343 mandati risalente al 2016. La Commissione elettorale centrale ha annunciato una partecipazione superiore al 56 per cento, definita dalla presidente Ella Pamfilova la più alta mai registrata per un'elezione di questo livello.

Solo le formazioni che sostengono l'esecutivo e la continuazione del conflitto in Ucraina sono state ammesse alla competizione, mentre il partito pacifista Jabloko è stato escluso dalla corsa.

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