Spider-Man 3, stasera in tv il capitolo più oscuro della saga di Sam Raimi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è solo una questione di nemici, in *Spider-Man 3*: il vero avversario è qualcosa di più sottile, più difficile da combattere, perché risiede dentro Peter Parker. Il terzo capitolo della trilogia diretta da Sam Raimi, in onda stasera in prima serata su Italia 1, rappresenta probabilmente il film più divisivo ma anche il più ambizioso dell’intera saga. Uscito nel 2007, segna il ritorno di Tobey Maguire nei panni dell’Uomo Ragno, affiancato da Kirsten Dunst e James Franco, in una storia che sposta il baricentro dall’azione spettacolare a un conflitto interiore che divora il protagonista dall’interno. Se nei primi due film l’eroe lottava contro minacce fisiche tangibili – l’Amico di famiglia diventato nemico e il geniale scienziato tentato dal male – qui il campo di battaglia si fa psicologico, e l’esito, a tratti, appare persino più crudele.

L’ombra dentro il costume: quando il simbionte svela il lato peggiore

La grande scommessa narrativa di questo terzo episodio, che in molti hanno letto come un azzardo, è proprio quella di trasformare l’alter ego del supereroe in una gabbia. Peter Parker, finalmente in pace con sé stesso e prossimo al matrimonio con Mary Jane, si trova a dover fare i conti con una creatura aliena che, attaccandosi al suo, amplifica i suoi poteri ma ne corrompe la personalità, facendo emergere rabbia, arroganza e desiderio di vendetta. È una metafora potente, quella del costume nero, che da simbolo di giustizia diventa lo specchio di un’anima inquinata dal risentimento. La scena in cui Peter, ormai preda del simbionte, si lascia andare a una versione strafottente e arrogante di sé – con tanto di ciuffo sulla fronte e camminata da duro – è rimasta impressa nell’immaginario collettivo, così come la fatica fisica e morale che il personaggio compie per liberarsi di quella prigione di liquido vischioso nel campanile di una chiesa.

Tre nemici e un’unica resa dei conti: il peso delle scelte

A rendere il quadro ancora più complesso, e per alcuni critici fin troppo affollato, è la presenza simultanea di tre antagonisti. Da un lato c’è Harry Osborn (James Franco), l’amico fraterno che, accecato dal desiderio di vendetta per la morte del padre Norman, diventa il nuovo Goblin, sfidando Peter in una lotta che mette a repentaglio anni di amicizia. Dall’altro, Flint Marko (Thomas Haden Church), il disperato fuggitivo che dopo un incidente con un acceleratore di particelle si trasforma nell’Uomo Sabbia, rivelatosi poi come il vero assassino di zio Ben. La presenza di Eddie Brock (Topher Grace), il rivale del Daily Bugle che, dopo essere stato umiliato, entra in contatto con lo stesso simbionte trasformandosi in Venom, ha rappresentato l’elemento di maggiore tensione produttiva. Sam Raimi, come emerso negli anni, non avrebbe voluto inserire il celebre personaggio, ma le pressioni della produzione lo costrinsero a integrare una trama che, di fatto, ha reso il terzo atto un concentrato di eventi forse superiore alla capacità di sintesi della sceneggiatura.

Tra perdono e sacrificio: la lezione amara della trilogia

Nonostante le polemiche sulla gestione dei villain e su alcuni passaggi ritenuti eccessivamente melodrammatici, *Spider-Man 3* porta a compimento il discorso iniziato da Raimi con il primo film: il prezzo della responsabilità. La battaglia finale, che si consuma in un cantiere edile, è emblematica perché costringe Peter a combattere non per la gloria, ma per salvare Mary Jane e per difendere un’idea di giustizia che va oltre la vendetta. Il momento in cui Harry, dopo aver riacquistato la memoria e compreso l’errore di aver incolpato l’amico, si sacrifica per proteggere Peter, rappresenta il culmine emotivo di un’intera architettura narrativa costruita sul conflitto generazionale e sul riscatto. Così come la scelta finale di Peter di perdonare Flint Marko, accettando la complessità della morte dello zio Ben e rinunciando all’odio che lo aveva quasi distrutto, restituisce al personaggio quella dimensione umana che, pur nella confusione della messa in scena, rimane il vero centro del film.

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