Droni e intelligenza artificiale, gli ucraini addestrano i militari italiani sul monte Calvarina
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Redazione Esteri
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Sul monte Calvarina, in provincia di Verona, l’ex base Nato trasformata dalla Fondazione Safe in un polo di addestramento e sperimentazione, una delegazione ucraina ha mostrato ai militari italiani come è cambiata la guerra dei droni.
Velivoli guidati via satellite, altri controllati da un sottilissimo filo di fibra ottica che si srotola in volo, e sistemi di intelligenza artificiale capaci di stanare un drone nemico in mezzo a migliaia di segnali radio: sono queste le competenze portate sul tavolo durante l’esercitazione dell’Eudis Defence Hackathon 2026, manifestazione articolata in contemporanea in otto Paesi europei.
Le tre sfide dell’hackathon
L’evento, ospitato nella struttura che gestisce l’ex installazione militare di Roncà, ha proposto tre sfide operative: navigare senza il segnale satellitare, coordinare droni e robot autonomi, riconoscere e contrastare velivoli ostili.
A raccontare l’esperienza maturata sul fronte è stato Mykyta Puz, tenente del Primo Corpo Azov della Guardia nazionale ucraina e ufficiale incaricato dei rapporti con l’industria della difesa, il quale ha spiegato che negli ultimi dodici mesi le comunicazioni satellitari sono state impiegate massicciamente per pilotare droni da ricognizione, supporto e attacco, con l’obiettivo dichiarato di impedire gli attacchi alle posizioni ucraine e salvare vite.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Il punto su cui Puz si è soffermato con maggiore insistenza riguarda l’uso concreto dell’intelligenza artificiale, lontano dalle dimostrazioni teoriche. I sistemi di ricognizione radioelettronica captano una mole enorme di segnali e il compito di distinguere quelli riconducibili ai droni nemici, individuandone la posizione, è un lavoro di analisi in cui un essere umano da solo non riesce a orientarsi.
«Un essere umano non riesce a individuare un segnale in un oceano di rumore», ha spiegato l’ufficiale, precisando che sono i sistemi a dover riconoscere, tra un numero impressionante di frequenze, quella che indica un drone in avvicinamento.
Fibra ottica e assenza di satelliti
Accanto ai collegamenti satellitari, al fronte trovano impiego i droni a fibra ottica: un cavo sottilissimo si srotola durante il volo e trasmette i comandi, rendendoli immuni ai disturbi radio e alle interferenze elettroniche.
Puz ha inquadrato la questione tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, quando entrambi gli schieramenti hanno introdotto capacità completamente nuove; oggi questi velivoli rappresentano una minoranza rispetto ai droni radiocomandati, soprattutto per il costo della fibra e per i progressi delle tecnologie radio, ma in alcune missioni specifiche risultano più efficienti e continuano a essere impiegati.
La partita sui costi e l’industria
Sul piano industriale, l’ufficiale ha tracciato una distinzione netta tra i due sistemi produttivi: da un lato la Russia, con un’industria della difesa fortemente integrata e in gran parte statale, capace di sviluppare soluzioni e produrle su larga scala a qualsiasi costo; dall’altro l’Ucraina, che non può imporre alle aziende cosa fare ma può offrire idee, conoscenze e un mercato libero in cui progettare e competere. Produrre in grandi quantità resta una difficoltà, ha ammesso Puz, «ma siamo molto più agili e flessibili».
All’Europa la richiesta è di unire le tecnologie avanzate alle necessità reali del fronte e all’esperienza maturata in oltre quattro anni di guerra.
Missili low cost contro i droni d’attacco
La lezione ucraina non si ferma all’addestramento. Sul fronte della difesa antiaerea, Kiev sta portando avanti un programma per produrre missili dal costo inferiore ai 20mila dollari, con alcuni prototipi già scesi a 10mila: cifre fino a dodici volte più basse rispetto a quelle di uno Stinger americano. A rivelarlo è Andrii Hrytseniuk, responsabile di Brave1, l’incubatore ucraino che finanzia lo sviluppo di tecnologie militari, secondo cui due aziende sono pronte a mettere in campo i propri sistemi mentre una terza si prepara a raggiungere lo stesso traguardo.
Il programma, avviato nel 2024, punta a contrastare i droni Shahed utilizzati da Mosca per colpire città e infrastrutture, velivoli relativamente economici lanciati anche a centinaia nel corso di una sola notte.
I numeri della contrapposizione
Secondo le stime delle autorità ucraine, un Geran-2, la versione russa dello Shahed, costa circa 70mila dollari, mentre per i più recenti Geran-3 a propulsione a reazione il prezzo sale ad almeno 100mila; intercettarli con uno Stinger da circa 120mila dollari significa impiegare un’arma più cara del bersaglio. Il tetto fissato dal programma Brave1 è di 20mila dollari per missile, ma alcuni produttori sarebbero già riusciti a dimezzare la cifra.
La produzione richiede però tempi più lunghi rispetto a quella dei droni intercettori: i finanziamenti per i missili sono iniziati nel 2024, ma costruire un missile richiede più tempo che realizzare un drone, ha precisato Hrytseniuk.
La rivendicazione russa nel Donbass
Sul piano militare, l’agenzia di stampa statale russa Tass ha riferito le dichiarazioni del capo della ricognizione della 110ª Brigata del raggruppamento Centro, identificato con il nome in codice di Udav, secondo cui le forze armate russe avrebbero distrutto circa la metà dei quasi 500 equipaggi di droni ucraini schierati a Dobropolye e nelle aree limitrofe, nel Donbass. L’offensiva sarebbe stata condotta con un’azione combinata di droni da attacco e aviazione militare, compreso l’impiego di bombe aeree ad alto potenziale esplosivo Fab.
Da parte dei comandi militari ucraini non sono giunti commenti o conferme sulle perdite dichiarate da Mosca.
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