Il commissario Sessa promette la svolta: «Gli stadi italiani saranno promossi a ottobre, avremo gli Europei 2032»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   PARMA. Che l’Italia abbia una tradizione consolidata nell’arte di rimandare i problemi, è un fatto che persino il più ottimista dei commissari straordinari farebbe fatica a negare, eppure Massimo Sessa – intervenuto a uno dei panel del Festival della Serie A in corso nel capoluogo emiliano – si dice certo che questa volta il copione cambierà.

«Sono ottimista, ce la faremo come abbiamo fatto con il Pnrr e Milano-Cortina», ha dichiarato il dirigente, il cui incarico è diventato effettivo solo all’inizio di aprile, durante il dibattito “Il futuro degli stadi italiani” organizzato in partnership con Banca Ifis. L’obiettivo, per quanto ambizioso, è chiaro: portare gli impianti nostrani – spesso definiti in passato con aggettivi poco lusinghieri da chi, in Europa, ha standard decisamente più elevati – a essere all’altezza dell’appuntamento continentale.

La data cerchiata in rosso sul calendario è quella di ottobre, quando l’Uefa si esprimerà definitivamente sugli stadi che ospiteranno le ventisei partite in programma da Nord a Sud della penisola; e Sessa, pur ammettendo di non avere bacchette magiche («Non sono il padreterno», ha tenuto a precisare con realismo), confida in una “tolleranza estiva” sul fronte normativo per far quadrare i conti con i tempi strettissimi che lo attendono.

Il pressing di Lotito: «Servono regole certe per chi investe»

A fornire un contrappunto meno fiducioso ma altrettanto necessario al coro dell’ottimismo di maniera, ci ha pensato Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore, che dal palco ha letto direttamente i suoi appunti «per non essere frainteso» su un punto che ritiene nodale. «Mi trovo in imbarazzo – ha esordito – perché sono senatore e proprietario di un club di Serie A. In Italia siamo fatti per complicarci la vita».

Secondo il numero uno biancoceleste, che ha portato come caso emblematico quello del progetto di recupero dello stadio Flaminio (un’infrastruttura “iconica” che potrebbe diventare la nuova casa della sua società), il problema non è tanto la volontà di investire, quanto l’incertezza che attanaglia chi prova a farlo. «Chi investe centinaia di milioni deve poter programmare in un quadro regolatorio certo – ha tuonato Lotito –. L’incertezza e i tempi amministrativi sono il principale fattore di rischio».

La sua ricetta, per quanto possa apparire scontata a chiunque abbia mai provato ad aprire un cantiere in questo Paese, è dunque quella di uno snellimento burocratico che vada oltre le enunciazioni generiche: «Il tempo dell’analisi è terminato», ha avvertito, ed è arrivato quello delle decisioni, soprattutto in vista di un appuntamento che definisce «un’occasione straordinaria per una rivoluzione infrastrutturale».

Lo studio di Banca Ifis: numeri da capogiro per il sistema Paese

A dare una base concreta all’ottimismo di Sessa e alla determinazione di Lotito, ci ha pensato l’Osservatorio sullo Sport System 2026 della stessa Banca Ifis, che ha presentato un focus dal titolo “Nuovi stadi ed Euro2032: quando infrastrutture e grandi eventi diventano valore”.

I numeri diffusi a Parma dipingono uno scenario di cambiamento potenziale davvero notevole, che potrebbe finalmente colmare il gap infrastrutturale con le maggiori leghe europee: stando alla ricerca, l’ammodernamento generalizzato degli impianti porterebbe a un incremento di ben 5,3 milioni di spettatori, i quali genererebbero una spesa diretta sul territorio di circa 1,3 miliardi di euro.

Più nel dettaglio, si stima che almeno il 24% dei tifosi che oggi preferiscono seguire le partite in televisione o al bar, sarebbe disposto a tornare allo stadio se trovassero impianti moderni, accessibili e – particolare non secondario – trasformati in “piattaforme civiche multifunzionali” capaci di offrire servizi anche oltre il semplice matchday.

Lo studio, che ha passato al setaccio sedici best practice internazionali individuando quattro modelli possibili (Global, Urban, Local e Glocal), sembra già applicabile a ventuno impianti italiani, un dato che lascia ben sperare sull’esistenza di una base solida su cui lavorare.

L’orologio corre verso ottobre: l’eredità di Milano-Cortina

Il rasoio di Occam, in questo frangente, è rappresentato dalla deadline di ottobre, lo stesso termine – va ricordato – entro il quale il governo e il commissario dovranno dimostrare all’Uefa che l’Italia è in grado di garantire almeno cinque impianti all’altezza della competizione.

Oggi, come emerge dai lavori del Festival, la certezza assoluta riguarda solo tre piazze (Roma, Milano e Torino), mentre per le altre due si procede a singhiozzo tra veti incrociati e progetti farraginosi: da Firenze, dove i lavori sono già in corso con investimento pubblico, a Napoli, dove il Comune ha manifestato l’intenzione di costruire, senza però che sia ancora chiaro quando.

Sessa ha comunque snocciolato un elenco operativo: «Stiamo partendo con lo stadio di Pietralata (quello della Roma, interamente privato), poi Palermo con un investimento misto, quindi Firenze, Napoli, Cagliari e Milano». La speranza, per il commissario, è che l’Italia riesca a replicare il modello emergenziale che ha funzionato con i Giochi di Milano-Cortina, dimostrando che – pur tra mille difficoltà – la capacità di realizzare grandi opere, in fondo, è sempre stata una dote nazionale. L’appuntamento con la storia, o con l’ennesimo rinvio, è per ottobre.

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