Primarie nel campo largo, Schlein accelera e i riformisti sfidano il Nazareno

Primarie nel campo largo, Schlein accelera e i riformisti sfidano il Nazareno
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Elly Schlein ha ufficializzato in segreteria la sua candidatura alle primarie del campo largo. Dopo quasi quattro ore di riunione, il Pd scioglie il nodo della candidatura della segretaria, ma resta in sospeso la data della competizione interna. Schlein vorrebbe tenere le primarie nel 2027, fissando il giorno non appena si saprà quando si andrà a votare, in ogni caso poco prima delle politiche. Nel partito, però, molti insistono per sbrigare la pratica già nel 2026.

La mossa della segretaria e il nodo tempi

L’annuncio in Direzione, atteso per venerdì, equivale a staccare la spina alle vie alternative, a partire dall’ipotesi di un federatore esterno al Pd. La linea della segretaria passa anche attraverso il sostegno agli europarlamentari dem: da Bruxelles, durante il faccia a faccia con la delegazione italiana nel giorno dell’inaugurazione dell’edificio intitolato a David Maria Sassoli, Schlein ha rilanciato la parola d’ordine del «pesare di più in Europa».

Una posizione che si intreccia con il dossier ucraino, dove la leader dem ha ribadito che una pace giusta non può essere una resa alle ragioni dell’aggressore.

L’offensiva dell’area riformista

Sul fronte interno, l’area riformista del Pd non resta a guardare. Giorgio Gori, europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, ha aperto alla possibilità di una propria candidatura: «Non lo escludo», ha dichiarato, precisando che un riformista andrebbe a vantaggio del Pd «ma solo con doppio turno». La richiesta di un ballotaggio tra i due più votati è il cuore della proposta avanzata dalla minoranza, che venerdì scorso si è riunita a Prato per sei ore di interventi.

Il doppio turno, secondo i riformisti, allargherebbe la platea e consentirebbe loro di contarsi, per poi convergere sulla segretaria nel secondo round. Gori ha ricordato i precedenti: nel 2012 Pierluigi Bersani aprì le regole per consentire la partecipazione di Matteo Renzi e Nichi Vendola, e nel 2022 Enrico Letta cambiò lo statuto per aprire il congresso ai non iscritti, consentendo così alla stessa Schlein di candidarsi.

Lo statuto e il muro della maggioranza

La maggioranza che sostiene la segretaria, però, non sembra disposta a concedere deroghe. Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, ha ricordato che lo statuto indica chiaramente chi è il candidato a Palazzo Chigi: «La segretaria del nostro partito, e in caso di primarie la segretaria del partito. Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione». Dal Nazareno filtra freddezza anche sull’ipotesi di un doppio nome dem.

L’ex ministro Andrea Orlando osserva che un altro candidato del Pd «non mi pare una grande idea», mentre il senatore Filippo Sensi mette in guardia dai rischi del voto online, caro ai pentastellati ma inviso ai riformisti: «Non vorrei che si sia passati da Rousseau ai russi», ha dichiarato, evocando lo spettro di influenze esterne sulla consultazione. Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, preferisce i gazebo tradizionali: «Penso che le votazioni sul web rischino solo di creare confusione. Preferisco che le persone vengano in carne e ossa».

Le distanze sulla politica estera

Il tema delle primarie si intreccia con le divisioni sulla politica estera. I riformisti hanno posto come condizione non negoziabile il mantenimento del sostegno militare a Kiev, in aperta contrapposizione con la linea del Movimento Cinque Stelle. «Non accettiamo il prendere o lasciare» di Giuseppe Conte, ha scandito Guerini in chiusura dell’assemblea di Prato. La deputata Lia Quartapelle ha rincarato la dose: «L’Ucraina non è una delle cose che andranno negoziate nel programma».

Un altro fronte caldo è il disegno di legge sull’antisemitismo, su cui il Pd rischia una spaccatura: Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, ha fatto sapere che un voto contrario rappresenterebbe per lui «un confine invalicabile».

Il piano B dei centristi

Mentre nel Pd si consuma lo scontro, prende corpo l’ipotesi di una candidatura a nome dell’area centrista. Franco Gabrielli, ex capo della polizia e prefetto, è il nome più evocato come possibile figura di mediazione gradita sia a una parte dei dem che ai pentastellati. Il 10 ottobre, in occasione della presentazione del manifesto di Più uno, l’ex numero uno di Equitalia Ernesto Maria Ruffini dovrebbe ufficializzare la sua discesa in campo al fianco di Gabrielli. La mossa punta a intercettare quel bacino moderato che le primarie tra i soli leader di partito rischierebbero di lasciare fuori.

Il lodo Franceschini, passato coralmente in segreteria, limita infatti la candidatura ai leader delle forze politiche con rappresentanza parlamentare: non Gori, dunque, perché non guida il Pd, e nemmeno Silvia Salis, che non è iscritta ad alcun partito.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.