Serata danzante abusiva e uscite bloccate, la polizia sequestra un locale a San Lorenzo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel cuore del quartiere San Lorenzo, da sempre uno degli epicentri della movida romana e ritrovo abituale per una moltitudine di studenti, universitari e giovani fuorisede, si è consumato l’epilogo di una serata che di regolare, alla fine, aveva ben poco. Gli agenti della Divisione Amministrativa della Questura di Roma, nel corso di un controllo notturno mirato a verificare il rispetto delle normative che disciplinano l’intrattenimento e la sicurezza nei pubblici esercizi, hanno proceduto al sequestro di un noto club, un locale che rappresenta un punto di riferimento particolare per la popolazione studentesca e per i ragazzi Erasmus. L’operazione, scattata dopo una serie di accertamenti che hanno incrociato documenti e sopralluoghi, ha portato alla luce un quadro gestionale e strutturale talmente critico da giustificare l’intervento più radicale: il provvedimento di sequestro, successivamente convalidato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma su richiesta della stessa autorità giudiziaria, ha di fatto interrotto l’attività, mettendo i sigilli all’intera struttura di via Tiburtina.

L’intestazione fittizia della licenza e la natura abusiva dell’evento

Le prime, sostanziali irregolarità sono emerse nel momento in cui gli investigatori hanno posto la loro attenzione sulla determina che autorizza lo svolgimento dei trattenimenti danzanti, un documento fondamentale che certifica la regolarità di una serata musicale. Dalla verifica è emersa una discrepanza non marginale: la licenza risultava formalmente intestata a un soggetto, mentre l’organizzazione effettiva della festa, con il suo carico di responsabilità e di gestione del pubblico, faceva capo a una persona del tutto diversa. Questa difformità, che di fatto configurava la serata come “abusiva”, ha rappresentato il primo tassello di un mosaico irregolare, facendo scattare immediatamente i campanelli d’allarme sugli standard di sicurezza che un locale con quelle caratteristiche avrebbe dovuto garantire e che, invece, sono risultati gravemente carenti. Non si trattava, quindi, di una semplice svista burocratica, ma di una violazione sostanziale che minava alla radice la possibilità di un controllo pubblico su quanto stava accadendo all’interno della struttura, con tutte le conseguenze del caso in termini di incolumità per i numerosi avventori presenti.

Le barriere architettoniche e le ostruzioni alle vie di fuga

Proseguendo nell’ispezione, la situazione è app app apparsa in tutta la sua gravità, specialmente per ciò che concerne la sicurezza passiva del locale, ovvero quell’insieme di accorgimenti strutturali pensati per proteggere le persone in caso di pericolo immediato come un incendio o un principio di panico. Gli agenti hanno infatti riscontrato che una delle uscite di emergenza, elementi nevralgici per garantire un rapido e ordinato deflusso, era di fatto inutilizzabile: la porta, la cui apertura avrebbe dovuto essere libera e agevole, risultava bloccata a causa di un avvallamento del terreno esterno che ne impediva materialmente il movimento. Un’altra via di fuga, invece, presentava un ostacolo di natura diversa ma altrettanto insidioso, dal momento che all’esterno dell’uscita erano state posizionate delle transenne e delle corde, una sorta di barriera occasionale ma potenzialmente letale se molte persone avessero tentato di riversarsi in strada per allontanarsi da un pericolo, rimanendo invece intrappolate in un imbuto.

Impianti fatiscenti e modifiche strutturali non autorizzate

Le criticità, tuttavia, non si esaurivano con i problemi legati al deflusso. L’attenzione degli ispettori si è spostata anche sugli impianti tecnici e sulla conformità architettonica degli spazi interni. All’interno della struttura, infatti, sono state rinvenute casse acustiche e quelle che nella terminologia tecnica vengono definite “masse sospese”, ovvero apparecchiature e strutture posizionate in altezza in modo precario e pericoloso, con il rischio concreto che potessero cedere sulla folla. A peggiorare il quadro, un impianto elettrico definito “fatiscente” dagli stessi investigatori, con un episodio che rende bene l’idea del pericolo scampato: in un’area di servizio, una macchina per il ghiaccio malfunzionante perdeva acqua che andava a finire direttamente a contatto con dei cavi elettrici, creando un serio rischio di cortocircuito e di folgorazione. A ciò si sono aggiunte ulteriori difformità emerse dal confronto con le planimetrie depositate in Questura al momento della richiesta di autorizzazione: pedane, banconi e persino una parete divisoria erano stati installati senza alcuna comunicazione, modificando di fatto la distribuzione degli spazi e, con essa, le condizioni di sicurezza precedentemente valutate e approvate.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.