Dossieraggi, la procura di Roma stringe sulla ‘squadra Fiore’ e l’ex numero due del Dis Del Deo
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Redazione Interno
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L’inchiesta della procura di Roma, quella che da due anni cerca di fare luce su una presunta centrale di spionaggio parallela, ha subito un’accelerazione improvvisa nelle ultime ore, portando i Ros a eseguire perquisizioni in una ventina di località sparse su tutto il territorio nazionale. Al centro delle indagini – già alimentate dalle cinquemila chat depositate nell’ambito del procedimento milanese su Equalize – c’è il gruppo battezzato ‘squadra Fiore’, un insieme di ex appartenenti alle forze dell’ordine che avrebbe messo in piedi un sistema articolato e occulto: informazioni riservate, sottratte ai circuiti istituzionali, venivano presumibilmente ‘vendute’ per costruire dossier reputazionali su obiettivi sensibili. Undici gli indagati, tra i quali figura un nome di peso, quello di Giuseppe Del Deo, già numero due del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis).
Del Deo, congedato poco più di un anno fa dai vertici dell’intelligence, rappresenta il principale personaggio coinvolto in questa vicenda giudiziaria, che non ha alcun aggancio con l’attuale esecutivo nonostante i tentativi – del tutto privi di riscontri – di alcuni settori dell’opposizione di stabilire un collegamento. A dare spessore alla posizione dell’ex dirigente, però, non sono soltanto le intercettazioni (dove si parla anche di un ammanco tra i sette e gli otto milioni di euro dai fondi dell’AISI), ma una vicenda parallela, quasi singolare: il cosiddetto “comma Del Deo”. In soli tre giorni, spiegano gli atti, l’ex numero due passò dalla sua poltrona al Dis a un incarico nel privato, precisamente in Cerved Group. A rendere possibile quel passaggio, aggirando il divieto triennale di impiego privato per gli ex vertici dei servizi di intelligence, fu un decreto di Palazzo Chigi. Una norma scritta su misura, insomma, che cancellò l’obbligo di attesa.
Il modus operandi della squadra Fiore e il legame con PopBari
Ma torniamo al cuore dell’indagine romana, quella che riguarda le attività della ‘squadra Fiore’. Il modus operandi, ricostruito attraverso le chat sequestrate a Milano, sembra seguire un copione già visto: intercettazioni abusive, raccolta di informazioni sensibili, produzione di dossier finalizzati a colpire la reputazione di determinati soggetti. Nessuna delle attività finora emerse, va detto, ha a che fare con l’attuale governo o con i suoi vertici; il tentativo di agganciare la vicenda a presunte committenze politiche – ventilato da più parti – è privo, al momento, di qualsiasi fondamento probatorio.
Un capitolo a parte, e piuttosto oscuro, riguarda la Banca Popolare di Bari. Il 30 novembre 2024, stando agli atti dell’inchiesta, una pattuglia di ex agenti dei servizi (quelli della squadra Fiore) sarebbe planata nella sede dell’istituto finanziario pugliese. L’obiettivo dichiarato: eseguire una bonifica ambientale. Quello reale, secondo i magistrati, sarebbe stato invece predisporre «dossier reputazionali contenenti informazioni riservate». Un’operazione che ricorda da vicino quanto già emerso nell’inchiesta Equalize, dove gli spioni milanesi si erano interessati ad alcune vicende dell’ex condirettore generale Gianluca Jacobini. Pure in quel caso, come in quello romano, la banca barese – all’epoca già passata sotto la gestione del Mediocredito Centrale, con amministratore delegato Cristiano Carrus – faceva da sfondo silenzioso a trame di spionaggio.
Il ruolo dei Ros, le perquisizioni e la caccia ai mandanti
L’operazione condotta dai Ros, che ha portato a decine di perquisizioni in tutta Italia, segna un punto di svolta nell’indagine della procura capitolina. Gli inquirenti stanno ora cercando di risalire ai mandanti, ovvero a coloro che commissionavano i dossier e che finanziavano le attività del gruppo. Le chat sequestrate parlano chiaro: esisteva una domanda, probabilmente ben pagante, di informazioni riservate da utilizzare per scopi non istituzionali. La ‘squadra Fiore’, insomma, non agiva nel vuoto, ma rispondeva a precise richieste provenienti dall’esterno.
Emerge con chiarezza, dalle carte, la figura di Giuseppe Del Deo come snodo cruciale tra il mondo dell’intelligence legale e quello – assai più opaco – dello spionaggio parallelo. Il suo passaggio lampo al privato, agevolato da quell’emendamento voluto da Palazzo Chigi, solleva interrogativi precisi sulla permeabilità dei vertici dei servizi rispetto a interessi economici esterni. Interrogativi che, per ora, restano senza risposta, ma che la procura di Roma sta cercando di sciogliere a colpi di rogatorie e analisi dei flussi finanziari.
Nessuna attinenza con l’esecutivo, la vicenda affonda le radici nel passato
È opportuno ribadirlo, al di là di ogni strumentalizzazione: l’inchiesta sui dossieraggi e sulla ‘squadra Fiore’ non riguarda il governo in carica. La vicenda non è di oggi né di ieri; affonda le sue radici in un passato – anche recente, ma pur sempre antecedente – che ha visto operare soggetti oggi indagati in un contesto di sostanziale autonomia rispetto agli attuali vertici politici. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, braccio destro di Giorgia Meloni, è stato più volte evocato da alcune opposizioni, ma nessun atto processuale lo menziona, né alcuna intercettazione lo coinvolge.
Resta, sul tavolo dei magistrati romani, un nodo investigativo di prima grandezza: capire quanti fossero i clienti di quella centrale di spionaggio, chi pagava e – aspetto non secondario – dove siano finiti i milioni di euro (si parla di sette-otto milioni solo dai fondi Aisi) che le chat danno per dispersi. La caccia ai mandanti è appena cominciata, e le perquisizioni dei Ros rappresentano solo l’ultimo, significativo capitolo di un’inchiesta che promette di allungare ancora la propria ombra su ambienti fino a ieri considerati inaccessibili.




