Dossieraggi, perquisizioni a Roma per la ‘Squadra Fiore’: l’ex vicecapo del Dis Del Deo indagato per peculato da 5 milioni
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Redazione Interno
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La macchina della giustizia, muovendosi questa mattina all’alba su delega della Procura di Roma, ha rotto un velo di ombra che avvolgeva le dinamiche occulte del potere economico e dei servizi segreti. I carabinieri del Ros, in un’operazione che ha richiesto il massimo riserbo operativo, hanno eseguito una serie di perquisizioni personali e informatiche ai danni di undici individui, tutti legati a vario Titolo alla cosiddetta “Squadra Fiore”. Quest’ultima, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, non era altro che una struttura clandestina – composta in larga parte da ex appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi – dedita alla costruzione di dossier illegali su larga scala.
Tra i nomi finiti nel registro degli indagati spicca quello di Giuseppe Del Deo, figura di altissimo profilo nel panorama dell’intelligence nazionale. Ex numero due del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e con un passato rilevante nell’Aisi, Del Deo si trova ora ad affrontare un’accusa pesantissima: quella di peculato, aggravata dal presunto utilizzo delle sue funzioni per fini tutt’altro che istituzionali. La procura capitolina, coordinata dall’aggiunto Stefano Pesci insieme alle pm Alessia Natale e Vittoria Bonfanti, ha quantificato il danno in circa cinque milioni di euro.
L’accusa del ‘doppio binario’ e i fondi dell’Aisi
Il filone investigativo che coinvolge l’ex dirigente si intreccia pericolosamente con la gestione dei fondi riservati dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Secondo l’ipotesi accusatoria, Del Deo – quando ancora operava all’interno dell’Aisi – avrebbe avviato un meccanismo di spoliazione delle risorse pubbliche indirizzando contratti verso una società giudicata “amica”, la Sind, specializzata in sistemi di riconoscimento facciale e biometrico. Questa azienda, all’epoca dei fatti, era gestita da Enrico Fincati, che si trova ora nella medesima posizione di indagato.
Non si tratta di un semplice errore amministrativo: la contestazione mossa dai pm è quella di essersi appropriati, “per fini non istituzionali”, di quegli schedari informativi che per legge dovrebbero essere il cuore pulsante della sicurezza nazionale. In buona sostanza, le banche dati sensibili e i contratti milionari sarebbero stati usati come un bancomat per finanziare operazioni parallele, mentre un altro imprenditore, Carmine Saladino (ex capo di Maticmind), è finito sotto inchiesta per truffa aggravata in un contesto di acquisizioni societarie che avrebbero gonfiato falsamente i conti economici per oltre 40 milioni di euro.
Le ramificazioni del gruppo clandestino
L’inchiesta, che affonda le sue radici anche negli sviluppi del noto scandalo “Equalize” di Milano, ha permesso di fotografare l’operatività della “Squadra Fiore”, attiva almeno dal novembre del 2024. I membri di questo gruppo – che agivano con modalità para-militari, utilizzando nomi in codice e sistemi di comunicazione protetti definiti “citofoni” – non si limitavano a spiare. Offrivano un catalogo di servizi illeciti su commissione: si andava dalla classica “bonifica ambientale” (la ricerca di cimici piazzate dal nemico) alla captazione fraudolenta di conversazioni private, fino all’interruzione mirata di intercettazioni in corso.
A fare da collante tra questi mondi – quello del crimine informatico e quello dell’alta finanza – ci sarebbero anche volti noti al grande pubblico giudiziario, come Giuliano Tavaroli. Già coinvolto nello scandalo Telecom-Sismi, Tavaroli è ora accusato di associazione a delinquere finalizzata all’accesso abusivo di sistemi informatici di rilevanza per l’ordine e la sicurezza pubblica. Lui, insieme ad altri, avrebbe commercializzato informazioni riservate esfiltrate da database blindati, costruendo profili di personalità politiche e imprenditoriali su commissione di terzi.




