Giuseppe Del Deo, l’ex numero due del Dis finito nel vortice dell’inchiesta “Squadra Fiore”
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Redazione Interno
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Roma. Un’ombra lunga che si allunga fino ai piani alti dell’intelligence italiana. La cosiddetta “Squadra Fiore”, una struttura parallela e clandestina che i pm descrivono come una macchina da spionaggio fuori controllo, ha un nome nuovo iscritto nel registro degli indagati: quello di Giuseppe Del Deo, ex numero due del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. L’inchiesta, coordinata dalla procura di Roma dai pm Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Stefano Pesci con il supporto dei carabinieri del Ros, ha appena aperto un vaso di Pandora destinato a scardinare vecchie pratiche dei servizi segreti. Del Deo, che ha lasciato l’incarico pochi mesi dopo la nomina da parte di Meloni nell’agosto del 2024, si trova ora al centro di una tempesta giudiziaria per peculato, con l’accusa di aver utilizzato il patrimonio informativo dello Stato per fini tutt’altro che istituzionali.
La “Squadra Fiore” e la struttura dei “neri”
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non si tratterebbe di un episodio isolato ma di un sistema consolidato. La “Squadra Fiore” sarebbe stata una centrale operativa dedita allo spionaggio illecito, composta da ex funzionari dei servizi in pensione o legati alle precedenti gestioni, capaci di muoversi agilmente tra le pieghe delle banche dati riservate. Del Deo, in particolare, avrebbe gestito un gruppo interno chiamato “i neri”: una squadra di collaboratori ai quali – nelle intenzioni dell’accusa – dava disposizioni per attività clandestine di tipo para-investigativo, spacciandole per operazioni istituzionali. Si tratta di un’accusa pesante che lo ritrae come un dirigente che avrebbe scavalcato i confini della legalità pur di ottenere informazioni sensibili su imprenditori, professionisti o avversari politici.
L’accusa di peculato e i flussi di denaro
Il capo d’imputazione principale a carico dell’ex numero due del Dis ruota attorno al reato di peculato. Per i magistrati, Del Deo avrebbe utilizzato gli schedari informativi – strumenti pensati per la sicurezza nazionale – per fini non istituzionali. C’è di più: le indagini hanno acceso i riflettori su un giro di denaro che coinvolgerebbe contratti milionari stipulati dall’Aisi (l’agenzia di sicurezza interna) con una società definita “amica”, operante nel settore dei sistemi biometrici e di riconoscimento facciale. Una parte di quei fondi, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe finita per finanziare operazioni di dossieraggio illegale. Del Deo è stato sentito in alcune intercettazioni ambientali, dove il suo nome emerge mentre i membri della squadra discutono di affari sporchi e coperture.
Carriera e caduta di un uomo dei segreti
Ufficiale dell’esercito con oltre trent’anni di carriera alle spalle, Del Deo era considerato un tecnico della vigilanza economico-finanziaria. La sua parabola, però, si è interrotta bruscamente. Dopo essere stato nominato numero due del Dis, ha lasciato l’incarico pochi mesi più tardi, prima di raggiungere l’età pensionabile, un’uscita di scena che ora assume i contorni di un allontanamento forzato. Oggi, oltre a essere finito nel registro degli indagati, si trova a dover rispondere di gravi reati che rischiano di minare la credibilità dell’intero comparto di intelligence. Le perquisizioni dei Ros – eseguite su tutto il territorio nazionale – hanno portato via computer, documenti e telefoni, elementi che i pm utilizzeranno per verificare l’esistenza di un vero e proprio sistema di spionaggio parallelo.




