Giuseppe Del Deo, l’ex numero due del Dis finito nell’inchiesta “Squadra Fiore” tra accuse di peculato e dossieraggi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è una zona grigia, spesso invisibile anche agli addetti ai lavori, dove il confine tra l’uso legittimo delle informazioni e il loro sfruttamento illecito diventa labile; è lì che si muovono, secondo l’accusa, gli ex vertici dei servizi segreti finiti al centro di una nuova, esplosiva inchiesta della procura di Roma. Le manette – per il momento solo metaforiche – non sono scattate, ma le perquisizioni disposte dal Ros dei carabinieri hanno messo a nudo un presunto sistema parallelo di spionaggio, un gruppo clandestino che rispondeva al nome di “Squadra Fiore” e che avrebbe contato, tra le sue file, anche chi fino a poco tempo fa sedeva ai piani alti del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Stefano Pesci (con il supporto delle pm Alessia Natale e Vittoria Bonfanti), rappresenta l’ultimo tassello di un mosaico giudiziario che già nelle scorse settimane aveva portato alla luce la rete di “Equalize” a Milano, dimostrando come l’ex apparato statale possa trasformarsi in una risorsa privata al servizio di imprenditori e professionisti.

La doppia vita della “Squadra Fiore” e il presunto buco da cinque milioni

L’attenzione degli inquirenti si è concentrata su Giuseppe Del Deo, ufficiale dell’esercito con una carriera trentennale alle spalle, nominato da Giorgia Meloni nell’agosto del 2024 come numero due del Dis (l’ente che coordina i servizi) e poi dimessosi dall’incarico pochi mesi più tardi, nell’aprile del 2025. La sua posizione, che è stata formalmente definita dall’autorità giudiziaria, è al momento quella di indagato per peculato; secondo la ricostruzione dei pm, Del Deo – quando operava all’interno dell’Aisi (l’Agenzia informazioni e sicurezza interna) – avrebbe dirottato fondi pubblici per circa cinque milioni di euro verso una società ritenuta “amica”, la Sind, specializzata in sistemi di riconoscimento facciale e biometrico. Questa azienda, che all’epoca dei fatti era gestita da Enrico Fincati (finito anch’egli nel registro degli indagati), avrebbe incassato somme importanti per contratti mai realmente eseguiti, creando così una voragine nelle casse dello Stato che il Ros sta ora cercando di quantificare con precisione.

A rendere il quadro ancora più inquietante è il collegamento, emerso dalle intercettazioni, tra le presunte malversazioni di Del Deo e le attività sporche della “Squadra Fiore”. Quest’ultima, come spiegano gli investigatori, era una vera e propria struttura clandestina e illegale, dedita allo spionaggio su commissione; a comporla non erano semplici dilettanti, bensì personaggi provenienti dai servizi in pensione o dalle precedenti gestioni, affiancati da hacker in grado di violare le banche dati istituzionali. L’accusa è che Del Deo si sarebbe avvalso proprio di questa rete per ottenere informazioni riservate, utilizzando – per fini evidentemente non istituzionali – gli schedari informativi del comparto sicurezza, un accesso abusivo che configura un ulteriore aggravante nel procedimento.

L’intreccio con gli appalti Aisi e il ruolo degli imprenditori

Non si tratta solo di dossieraggi a fini personali o di spionaggio industriale, perché l’inchiesta ha aperto un varco anche su un vasto giro di affari che coinvolge la principale agenzia di controspionaggio nazionale. Tra il 2022 e il 2024, infatti, l’Aisi avrebbe assegnato all’imprenditore Carmine Saladino – ex capo e fondatore della società Maticmind, ora indagato per truffa – commesse dirette per oltre 39 milioni di euro. In ballo ci sarebbero forniture di jammer, software di sorveglianza e impianti di videosorveglianza; un flusso di denaro pubblico che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stato gonfiato artificiosamente per arricchire i privati. In particolare, i pm contestano a Saladino di aver esposto valori fittizi di fatturato (per oltre 40 milioni di euro di margine operativo lordo) al fine di aumentare il prezzo di vendita delle proprie società, causando un danno anche a Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso Cdp Equity deteneva una quota della società acquirente.

L’ombra di Del Deo, in questo contesto, torna a farsi pesante. Le conversazioni intercettate ai membri della “Squadra Fiore” lo tirano ripetutamente in ballo, suggerendo un coordinamento tra l’ex numero due del Dis e la rete di ex 007 che operava illegalmente nella capitale. Sebbene la sua posizione attuale sia quella di presidente esecutivo di Cerved Group Spa, una realtà lontana dal mondo dell’intelligence, i carabinieri del Ros hanno ritenuto sufficienti gli elementi raccolti per sottoporlo a perquisizione, così come agli altri sei indagati coinvolti in questa seconda tranche dell’indagine. La macchina giudiziaria, insomma, non si è fermata di fronte alle poltrone né ai curriculum impeccabili, procedendo con il sequestro di dispositivi informatici e documentazione ritenuta cruciale per capire se, dietro la facciata della legalità, si nascondesse un sistema di potere parallelo capace di violare la privacy e di speculare sui segreti di Stato.

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