La “cricca dei neri” e i dossier segreti: l’inchiesta che travolge l’ex 007 Del Deo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è stato un momento preciso, raccontato agli inquirenti da chi quel mondo lo frequenta, in cui Giuseppe Del Deo ha realizzato che le sue coperture erano saltate. Quando il suo nome e persino la sua fotografia sono comparsi sulle cronache, per un uomo abituato a “non esistere” – è questa la prima regola che cita chi lo conosce – deve essere stato l’inizio della fine. E invece, paradossalmente, la sua esistenza ufficiale è sempre stata piuttosto ingombrante: ufficiale dell’esercito, poi numero due del Dis, il dipartimento che coordina i servizi, e infine presidente esecutivo di Cerved, un passaggio che oggi appare segnato dalle ombre del passato. Del Deo, che fino all’estate del 2024 era considerato una colonna portante dell’intelligence in ascesa, ben visto dall’esecutivo, è ora al centro di un vortice giudiziario che mescola appalti gonfiati, soldi pubblici spariti e una presunta struttura parallela di spionaggio.
La “squadra” occulta e i soldi dell’Aisi
Secondo l’impianto accusatorio costruito dalla procura di Roma – che vede al lavoro i pm Alessia Natale e Vittoria Bonfanti con il procuratore aggiunto Stefano Pesci – Del Deo non agiva da solo. Quando era a capo del reparto economico-finanziario dell’Aisi (l’agenzia per la sicurezza interna), avrebbe creato una vera e propria “cricca dei neri”. Si trattava di un gruppo di fedelissimi, una squadra nella squadra, a cui affidava indagini parallele e attività di tipo para-investigativo, utilizzando le banche dati riservate dei servizi per fini che, almeno stando alle carte, non avevano nulla di istituzionale. Le intercettazioni, che hanno fornito il destro per le recenti perquisizioni del Ros, parlano chiaro: i “neri di Del Deo” avrebbero fatto veri e propri “casini” persino in Vaticano, un dettaglio che suggerisce come il raggio d’azione di questa rete fosse molto più ampio di quanto si possa immaginare. Ma c’è un altro elemento che brucia, ed è di natura economica. Nei dialoghi captati emerge con insistenza la diceria di un “ammanco” di circa sette od otto milioni di euro, una cifra che sarebbe sparita proprio durante la gestione Del Deo e che lui avrebbe avuto la facoltà di spostare senza troppi controlli, alimentando il sospetto di un peculato.
Software da dieci milioni e l’ombra di Saladino
Il meccanismo che avrebbe permesso di prosciugare quelle risorse, secondo le indagini, era tanto semplice quanto spudorato: l’affidamento di contratti milionari a società “amiche”. Il caso più eclatante riguarda la Sind, un’azienda specializzata in software di riconoscimento facciale gestita all’epoca da Enrico Fincati, anche lui finito nel registro degli indagati. Del Deo avrebbe fatto firmare contratti per un valore di circa dieci milioni di euro per l’acquisto di un sistema informatico che, una volta verificato dagli uffici di Palazzo Chigi, è stato descritto come un semplice “software opensource per universitari”, una ciofeca tecnologica pagata a peso d’oro. A farne le spese, in questo intreccio, non sono solo i bilanci dell’intelligence. Il secondo filone dell’inchiesta coinvolge Carmine Saladino, imprenditore della cybersecurity ed ex padrone di casa del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Saladino, che ha ceduto le quote della sua Maticmind, è indagato per truffa in relazione alla presunta gestione di fondi e appalti sempre legati al mondo dei servizi. La sua posizione è delicata perché il suo nome emerge in un contesto dove i confini tra gli affari leciti e il presenziale sistema di spionaggio parallelo sembrano essersi completamente dissolti.
La rete nera della “Squadra Fiore”
Non si tratta solo di soldi, però. Il fascicolo della procura romana, che ha portato a una serie di perquisizioni coordinate dal Ros, ha messo a fuoco l’esistenza della cosiddetta “Squadra Fiore”. Questa organizzazione, composta da ex appartenenti alle forze dell’ordine e hacker di alto livello, avrebbe trasformato le informazioni sensibili – sottratte illegalmente dai database dello Stato – in una vera e propria merce di scambio. Su commissione, costruivano dossier sporchi su persone e aziende. Al vertice di questa cupola, o comunque in stretta connessione con essa, ci sarebbe proprio Del Deo, insieme ad altri professionisti dello spionaggio come Giuliano Tavaroli, già noto per il vecchio scandalo Telecom-Sismi. Per costoro, l’accusa ipotizza reati che vanno dall’accesso abusivo ai sistemi informatici all’esercizio abusivo della professione di investigatore, un mercato nero dei dati che ha prosperato nell’ombra per anni. Con una differenza sostanziale: mentre i normali detective pagano le licenze, loro avevano la chiave di casa dello Stato.




